Caro gasolio, l’autotrasporto si ferma: “Senza ristori l’Italia si blocca” tra proteste e conti che non tornano
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Redazione Interno
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Il pieno di un Tir, in questi giorni, costa qualcosa come 1.067 euro; una cifra che, se rapportata ai listini di fine anno scorso, lievita di 250 euro a serbatoio, un’enormità che rischia di far saltare il banco a migliaia di piccole imprese. Lo scenario economico europeo, già segnato da una crescita anemica e da un’inflazione tornata a premere sui consumi, subisce così un’ulteriore scossa dalle tensioni in Medio Oriente; in questo quadro, il comparto dei trasporti rappresenta la cartina di tornasole più immediata della crisi, con il ministro Giancarlo Giorgetti che si trova a dover gestire la replica alle nuove valutazioni del Fondo Monetario Internazionale mentre le associazioni di categoria preparano lo sciopero. La protesta, infatti, non sarà un semplice “stop di un giorno”, come chiarito dalla presidente della Fai di Brescia, Giuseppina Mussetola, ma “un periodo” prolungato di fermo, con ogni probabilità destinato a concretizzarsi intorno alla metà del prossimo mese di maggio.
Il conto alla rovescia per la paralisi e il peso di una liquidità assente
L’iter procedurale prevede che lunedì 20 aprile i rappresentanti dell’autotrasporto incontreranno la Commissione di garanzia per depositare ufficialmente il preavviso; dopodiché, rispettando i termini di legge, il blocco scatterà realisticamente a ridosso del 15 maggio, paralizzando di fatto la distribuzione delle merci lungo lo Stivale. La Cgia di Mestre ha quantificato il dramma in numeri puri: allo stato attuale, circa il 30% dei costi operativi di un’azienda media viene divorato dal gasolio, una voce che diventa insostenibile quando il prezzo alla pompa segna un +24% rispetto all’inizio del conflitto nel Golfo. Tuttavia, a uccidere la categoria non è solo il rincaro in sé, bensì lo sfasamento letale tra pagamenti e incassi: il carburante va saldato subito (alla pompa o con fatture settimanali), mentre le fatture dei servizi vengono saldate dai committenti dopo 60, 90 o addirittura 120 giorni, prosciugando ogni residua riserva di liquidità. Secondo gli studi della Cgia, se il prezzo del diesel rimarrà stabilmente sopra i 2 euro al litro fino a fine anno, un’impresa su cinque (tra 700 e 800 solo in Veneto) sarà costretta a chiudere i battenti, lasciando i mezzi pesanti come “carcasse silenziose” nei piazzali.
La “beffa” del taglio delle accise e la posizione di Assotir
La questione, in realtà, si fa paradossale se si analizza l’effetto delle misure governative sul gasolio professionale. Il taglio delle accise, presentato come un sollievo per tutti gli automobilisti, si è trasformato in un boomerang per i camionisti; questi ultimi, per legge, hanno diritto a un rimborso specifico sull’accisa pagata, rimborso che viene decurtato proprio dello sconto applicato alla pompa. Di conseguenza, il conducente perde il suo beneficio storico senza ottenere un calo reale del prezzo finale, mentre il credito d’imposta promesso dal governo (che interessa solo il 22% dei mezzi in circolazione) tarda ad arrivare. In questo marasma, non mancano le voci critiche all’interno stesso del settore: Assotir ha espresso una posizione netta, invitando a intervenire sulle “fragilità strutturali” dell’autotrasporto – come l’intermediazione selvaggia e la precarietà contrattuale – invece di minacciare blocchi “difficilmente attuabili”. Il segretario dell’associazione, Claudio Donati, ha sottolineato come una settimana di fermo costerebbe al comparto circa un miliardo di euro, una cifra enormemente superiore ai 100-200 milioni di ristori che le sigle sindacali chiedono al governo.
L’allarme della Cgia: oltre 13mila imprese a rischio chiusura
A livello nazionale, il quadro tracciato dall’Ufficio studi della Cgia è impietoso: su oltre 67mila imprese di autotrasporto attualmente attive, ben 13mila potrebbero gettare la spugna entro la fine del 2026, schiacciate dalla morsa del caro-gasolio e dalla rigidità dei contratti a lungo termine che impediscono di trasferire l’aumento dei costi sul cliente finale. La contrazione, del resto, è un trend decennale: negli ultimi dieci anni lo stock di aziende del settore è diminuito di oltre 19mila unità, con picchi negativi in regioni come Valle d’Aosta, Marche e Lazio, mentre i vettori stranieri (soprattutto dall’Est Europa) erodono quote di mercato nel Nord Italia. Così, mentre l’economia italiana trattiene il fiato in attesa della data ufficiale del fermo, la protesta dei camionisti non appare più come un episodio di malumore, ma come il sintomo palpabile di una crisi strutturale che rischia di innescare una reazione a catena sull’intero sistema logistico nazionale.




