Il decreto Rimpatri diventa legge: stretta sui flussi e via libera ai rimpatri volontari assistiti
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Redazione Interno
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Con il voto definitivo della Camera dei deputati, che ha registrato 147 favorevoli, 93 contrari e tre astenuti, il decreto-legge in materia di rimpatri volontari assistiti è diventato ufficialmente legge, andando così a modificare e a completare, come un tassello di un mosaico più ampio, il quadro normativo già delineato dal precedente decreto Sicurezza che, come noto, aveva sollevato più di una perplessità in sede di valutazione costituzionale, in particolare riguardo ai meccanismi di incentivazione previsti per i legali coinvolti nelle procedure di allontanamento volontario degli stranieri irregolari. Il provvedimento, che ha superato indenne l'esame di Palazzo Madama senza subire sostanziali modifiche, introduce disposizioni che il governo guidato da Giorgia Meloni intende come uno strumento operativo per rendere più efficace e meno farraginoso l'intero sistema di gestione dei flussi migratori irregolari, puntando a una maggiore speditezza delle procedure e a una più chiara definizione dei ruoli e delle responsabilità di chi, a vario titolo, si trova a operare in questo delicato settore, sempre conteso tra esigenze di sicurezza e principi di umanità.
Il meccanismo dei compensi per l'assistenza al rimpatrio volontario
Uno degli aspetti centrali del nuovo dettato normativo, che ha assorbito gran parte del dibattito politico e tecnico delle ultime settimane, riguarda la ridefinizione del sistema di compensi destinato a coloro che forniscono assistenza al cittadino straniero nella presentazione della richiesta di adesione a un programma di rimpatrio volontario assistito, una misura che, per la sua stessa natura, cerca di coniugare l'interesse dello Stato a ridurre la presenza irregolare con la tutela, almeno formale, della volontà del singolo migrante.
Se il testo originario, contenuto nel decreto Sicurezza, prevedeva il coinvolgimento diretto del Consiglio nazionale forense e la corresponsione di un emolumento subordinato all'effettiva partenza dello straniero dal territorio nazionale, la norma oggi approvata, frutto di un complesso lavoro di "correzione" portato avanti dall'esecutivo, ha ampliato la platea dei possibili rappresentanti, non limitandosi più alla sola figura dell'avvocato, e ha svincolato il pagamento del compenso dall'esito positivo del rimpatrio, legandolo invece alla mera conclusione del procedimento amministrativo.
La scelta di eliminare il riferimento esplicito agli avvocati, che aveva suscitato reazioni critiche e un acceso dibattito anche all'interno della stessa categoria professionale, appare dettata dalla volontà di evitare possibili conflitti di interesse e di allargare la base dei soggetti abilitati a svolgere questa funzione di assistenza, demandando al ministero dell'Interno il compito di definire, con un successivo decreto, i criteri specifici per l'individuazione di tali rappresentanti e le modalità per la corresponsione dei compensi, per i quali sono stati già preventivati oneri finanziari per 281.055 euro per l'anno in corso e per 561.495 euro per ciascuno dei due anni successivi.
Reazioni politiche e nuovi equilibri in Parlamento
L'iter parlamentare che ha condotto all'approvazione definitiva del decreto non è stato privo di tensioni e di significative schermaglie politiche, come del resto accade spesso quando si affrontano temi sensibili come quello migratorio, che toccano corde profonde dell'opinione pubblica e dividono trasversalmente gli schieramenti.
In particolare, l'attenzione si è concentrata sul ruolo e sulle iniziative dei deputati di Futuro Nazionale, la formazione politica guidata da Roberto Vannacci, che, pur essendo all'opposizione, hanno cercato di condizionare il dibattito e di marcare il territorio su un tema, quello del contrasto all'immigrazione clandestina, che essi considerano di loro esclusiva competenza, arrivando a pungolare ripetutamente la maggioranza e a ottenere, in un caso, il parere favorevole del governo su un loro ordine del giorno, dopo un iniziale tentativo di condizionamento.
Questo atteggiamento, che ha monopolizzato parte del dibattito in Aula, ha indotto il sottosegretario all'Interno, Nicola Molteni, a rivendicare con una certa asprezza la paternità delle politiche migratorie del centrodestra, sottolineando come il governo non abbia certo bisogno di lezioni in materia da parte di chi, fino a poco tempo prima, sedeva nei banchi della maggioranza e ora ha scelto di collocarsi all'opposizione, un'affermazione che fotografa bene i nuovi, e talvolta conflittuali, equilibri che si vanno delineando in Parlamento.
Al di là di queste dinamiche politiche, che hanno certamente animato il dibattito ma che non hanno inficiato il risultato finale, il voto ha visto la compattezza della maggioranza di centrodestra, con Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia che hanno sostenuto il provvedimento, mentre le opposizioni di centrosinistra, come il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, si sono schierate contro, criticando la norma per la sua presunta inefficacia e per i rischi di una deriva securitaria in un campo, quello dei diritti dei migranti, che richiederebbe invece approcci più strutturati e lungimiranti.
Il contesto europeo: il regolamento sui rimpatri e i return hub
Il decreto approvato a Roma si inserisce in un quadro di politica migratoria europea in rapida evoluzione, caratterizzato da una crescente pressione da parte degli Stati membri, in particolare di quelli del fronte meridionale, per una maggiore condivisione delle responsabilità e per l'adozione di strumenti più efficaci per gestire i rimpatri, un tema che è al centro del dibattito comunitario da anni ma che solo di recente sta trovando sbocchi normativi concreti.
Basti pensare al contemporaneo iter di approvazione, da parte del Parlamento europeo, del nuovo regolamento sui rimpatri che, in un'ottica di armonizzazione e di rafforzamento delle procedure a livello continentale, ha introdotto la possibilità per i Paesi membri di istituire i cosiddetti "return hub" in Paesi terzi considerati sicuri, una misura che di fatto ricalca e legittima il modello dei centri realizzati dall'Italia in Albania attraverso un apposito protocollo bilaterale, e che prevede anche un'estensione dei periodi massimi di detenzione per i migranti irregolari, fino a trenta mesi, e la possibilità di effettuare perquisizioni in abitazioni private.
Questa stretta, approvata con 418 voti favorevoli e 218 contrari, ha visto una spaccatura all'interno della cosiddetta maggioranza Ursula, con il Partito Popolare Europeo che ha trovato l'appoggio dei gruppi di destra e di estrema destra, come i Conservatori e Riformisti di cui fa parte Fratelli d'Italia, mentre socialisti e liberali, che pure sostengono la Commissione, hanno votato contro, evidenziando le profonde divisioni interne alla compagine che sostiene Ursula von der Leyen sul tema più spinoso e identitario della legislatura.




