L‘iraq prova a barcamenarsi fra due rotte, entrambe incerte, per provare a tenere in vita le proprie esportazioni di greggio
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Redazione Esteri
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Le cronache che giungono dal fronte energetico mediorientale raccontano di un paese, l’Iraq, stretto nella morsa di una crisi che ne ha dimezzato la produzione, passata dai consueti 4,3 milioni di barili al giorno agli attuali 1,3 milioni, con punte di ulteriore ribasso registrate nei momenti di maggiore tensione. La ragione principale di questo tracollo, come è noto, va ricercata nella sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato – largo non più di 33 chilometri in alcuni punti – attraverso cui fluisce una percentuale significativa del greggio mondiale e che le attuali ostilità hanno reso una via impercorribile per molti operatori internazionali. A questa difficoltà oggettiva, si somma per Baghdad un ulteriore e drammatico colpo: l'interruzione totale delle forniture di gas iraniano, indispensabili per alimentare la propria rete elettrica nazionale. Il portavoce del ministero dell’Energia iracheno, Ahmed Moussa, ha confermato all'agenzia di stampa locale Ina come, a causa degli ultimi sviluppi regionali, i flussi provenienti dall’Iran si siano azzerati, causando un buco di circa 3.100 megawatt nella capacità di generazione elettrica del paese; un deficit che, nelle sue stesse parole, avrà certamente ripercussioni pesanti su una rete già provata.
Il doppio binario, tra Teheran e Ankara, per aggirare l’ostacolo
In questo quadro di estrema difficoltà, il governo guidato dal ministro del Petrolio Hayan Abdul-Ghani sta tentando di percorrere contemporaneamente due diverse strade per garantire una pur minima continuità alle esportazioni. Da un lato, c’è il tentativo di trattativa diretta con Teheran: l’Iraq, come dichiarato dallo stesso ministro ad Al Jazeera, avrebbe raggiunto un’intesa di massima con la Repubblica Islamica per permettere il passaggio di alcune sue petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz. Si tratterebbe, a leggere le dichiarazioni ufficiali, di un permesso concesso da Teheran per il transito di imbarcazioni irachene, in un contesto in cui il ministro degli Esteri iraniano aveva lapidariamente definito lo Stretto “aperto, ma chiuso ai nemici”. Parallelamente, Baghdad ha riattivato un vecchio canale diplomatico e infrastrutturale con Ankara, chiedendo formalmente alla Regione autonoma del Kurdistan (Krg) l’autorizzazione a utilizzare l’oleodotto che collega i campi di Kirkuk al porto turco di Ceyhan, sul Mediterraneo. Una richiesta, quest’ultima, che mira a pompare almeno 100.000 barili al giorno attraverso una rotta che, sebbene datata e bisognosa di manutenzione, ha il pregio di bypassare completamente il golfo Persico.
I limiti strutturali delle vie alternative e la questione curda
Queste opzioni, tuttavia, presentano criticità notevoli e sono lungi dal rappresentare una soluzione stabile. L’intesa con l’Iran per il transito delle navi resta un accordo precario, legato al mutevole e pericoloso scenario bellico e alla volontà politica di Teheran, che controlla di fatto l’accesso allo Stretto; un via libera che potrebbe essere revocato in qualsiasi momento. Quanto alla via settentrionale, la sua riattivazione non dipende solo dalla buona volontà di Baghdad o di Ankara. L’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, rimasto inattivo per lunghi periodi a causa di dispute finanziarie e attacchi subiti in passato, richiede verifiche tecniche e, soprattutto, passa attraverso il territorio del Kurdistan iracheno. I negoziati con le autorità curde, infatti, sono complessi e riguardano non solo le modalità di trasporto del greggio di Kirkuk, ma anche la possibilità di includere nell’accordo il petrolio estratto direttamente dai campi della Regione autonoma, una prospettiva che apre a intricati nodi sulla ripartizione degli introiti e sul controllo delle esportazioni. La produzione, nel frattempo, rimane ai minimi storici e il rischio concreto è che nessuna di queste due rotte, per quanto percorse con determinazione da Baghdad, riesca a compensare il crollo verticale delle esportazioni né, tantomeno, a sopperire all’emergenza energetica interna acuita dal blocco del gas iraniano.




