Urso: le competenze sono un’infrastruttura strategica, il made in Italy si regge sul ‘saper fare’
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Non una semplice celebrazione identitaria, dunque, il Made in Italy Day 2026 che si è tenuto questa mattina all’Auditorium della Tecnica di Confindustria, a Roma; piuttosto, un vero e proprio laboratorio strategico in cui il governo – attraverso la voce del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – ha scelto di rimettere al centro del dibattito pubblico un tema spesso relegato ai margini dei ragionamenti economici correnti. Le competenze, quelle che si tramandano tra generazioni e che si intrecciano con l’innovazione tecnologica, rappresentano “un’infrastruttura strategica del Paese”. Parole, queste, pronunciate da Urso in un videomessaggio indirizzato all’evento “Le Competenze come motore di innovazione e identità”, promosso dalla Made in Italy Community fondata da Roberto Santori. Un’affermazione che sposta l’asse del discorso pubblico: non più solo capitale fisico, macchinari o agevolazioni fiscali, ma la capacità di formare talenti pronti a misurarsi sui mercati globali.
Roma accende i riflettori sul capitale umano
L’Auditorium della Tecnica, per un’intera mattinata, si è trasformato così in un osservatorio privilegiato su ciò che tiene in piedi il sistema produttivo nazionale. E il contesto, va detto, è tutt’altro che neutro: tra incertezze internazionali e riconfigurazioni delle catene del valore, l’Italia prova a giocare la carta del “saper fare” come elemento distintivo. Urso, nel suo intervento, ha sottolineato come la forza del made in Italy risieda proprio nella capacità di coniugare tradizione e innovazione, trasmettendo saperi che altrimenti rischierebbero di disperdersi. Nessuna retorica, però, nell’approccio del ministro: si tratta di un’infrastruttura al pari di una rete ferroviaria o di un collegamento digitale, perché senza di essa la produzione non regge. E proprio questa visione ha fatto da filo conduttore alla giornata, articolata attorno a un Osservatorio sul Merito – promosso da Imprese, filiere e territori – che restituisce l’immagine di un’Italia viva, capace di evolvere senza smarrire la propria identità.
Made in Italy, tra identità nazionale e insidie della contraffazione
C’è però una contraddizione di fondo, e emerge nitida dallo studio commissionato da Made in Italy Community a Tp Infinity. La ricerca, condotta all’inizio dell’anno su un campione di mille consumatori italiani e 800 esteri, fotografa un fenomeno ambiguo: se in patria l’86% degli acquirenti sceglie prodotti nazionali con convinzione, all’estero quasi un consumatore su due finisce per comprare imitazioni – spesso senza nemmeno rendersene conto. Il made in Italy, insomma, resta una potenza globale, ma la sua riconoscibilità vacilla fuori dai confini. Roberto Santori, che ha guidato i lavori della Community, ha messo in luce questo scarto: da un lato un legame identitario fortissimo all’interno, dall’altro una vulnerabilità sui mercati internazionali dove il falso corre veloce. E non si tratta solo di un danno economico, ma di una vera e propria erosione del valore simbolico che il “saper fare” italiano incarna.
Nessuna retorica, solo i fatti di un sistema che produce
L’iniziativa romana, dunque, non si è persa in celebrazioni vuote. Le aziende presenti, i rappresentanti delle filiere e i tecnici del ministero hanno lavorato su un punto fermo: le competenze non sono un accessorio, ma l’ossatura del sistema. La giornata ha evitato volutamente ogni deriva paternalistica, concentrandosi su numeri e processi. E mentre fuori dall’Auditorium la città proseguiva il suo tran tran, dentro si ragionava di formazione, ricambio generazionale, trasferimento di know-how. Il made in Italy Day 2026 ha restituito l’immagine di un Paese che, pur tra mille difficoltà, continua a produrre e a innovare. Ma senza talenti da formare e saperi da tramandare, avverte Urso, quell’immagine rischia di restare solo un ricordo. Per questo le competenze, oggi, sono un’infrastruttura: invisibili ma portanti, costose da costruire e devastanti da perdere.




