Italia fuori dal Mondiale, Gravina resiste e conferma Gattuso: “Alle dimissioni sono abituato”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   La nazionale di calcio italiana ha fallito l’accesso alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva, una débâcle che porta la firma indelebile del presidente federale Gabriele Gravina. La sconfitta maturata a Zenica contro la Bosnia, dopo l’1-1 dei tempi regolamentari e supplementari e il verdetto crudele dei calci di rigore, rappresenta non solo una ferita sportiva per il movimento, ma la pietra tombale su una gestione che ha visto l’Italia assente dai palcoscenici mondiali per oltre un decennio. A Bilino Polje, l’espulsione di Bastoni al 41° minuto ha ridotto gli azzurri in dieci uomini, costringendo la squadra di Gennaro Gattuso a una resistenza eroica spezzata solo dal tiro dal dischetto di Pio Esposito e dalla traversa di Cristante, episodi che hanno spalancato le porte della rassegna iridata ai padroni di casa.

Mentre il calcio italiano barcolla sull’orlo di un baratro senza precedenti – paragonabile solo all’eliminazione patita con la Svezia nel 2017 – Gravina ha scelto la linea della continuità più radicale. Nel corso della conferenza stampa successiva alla gara, il numero uno della Federcalcio ha svelato la propria strategia, dimostrando una tenacia politica che trova poche analogie nella storia calcistica nazionale: “Lo stato d’animo è evidente, soprattutto per come è maturata la sconfitta. Ho chiesto a Gattuso di restare e a Buffon di rimanere alla guida di questi ragazzi”. Con queste parole ha non solo blindato l’attuale commissario tecnico – che aveva già espresso il desiderio di proseguire – ma ha anche ribadito la volontà di non fare un passo indietro di fronte a quella che ormai è una contestazione diffusa. Alle richieste di dimissioni, arrivate in massa dagli addetti ai lavori e dagli organi di stampa, Gravina ha risposto con una frase che sembra voler sdrammatizzare la pressione mediatica: “Vogliono le mie dimissioni? Ormai ci sono abituato… All’esercizio della richiesta di dimissioni sono abituato, ma spettano di diritto al consiglio federale”.

La terza esclusione consecutiva e lo scudo dell’inerzia

La statistica che pesa sulle spalle di Gravina è impietosa: sotto la sua presidenza la nazionale ha collezionato due mancate qualificazioni mondiali consecutive (2022 e 2026), con in mezzo una figuraccia agli Europei che aveva già fatto tremare la poltrona. Nonostante questo, il presidente ha deciso di convocare un consiglio federale per la settimana prossima, momento nel quale – a suo dire – verranno effettuate le “valutazioni più approfondite”. Di fatto, però, ha già anticipato l’esito di quelle riunioni, suggerendo che il nodo delle responsabilità politiche non potrà essere sciolto nell’immediatezza dell’eliminazione: “La parte tecnica è da salvaguardare al 100%. Capisco che ci siano valutazioni da fare, ma per quanto riguarda la parte politica c’è un consiglio federale che farà le sue valutazioni”.

A complicare ulteriormente il quadro, oltre alle evidenti magagne tecniche, si staglia l’ombra lunga dei guai giudiziari. A carico del presidente federale pende infatti un’inchiesta della Procura di Roma per appropriazione indebita e autoriciclaggio, vicenda che ha visto Gravina auto-denunciarsi alla procura federale nell’inverno del 2024 per chiedere di essere indagato anche in sede sportiva. Un procedimento che, secondo i suoi difensori, sarebbe destinato a risolversi in un nulla di fatto, ma che nel frattempo alimenta la percezione di un vertice della Federcalcio ormai insensibile sia alle emergenze sportive sia a quelle penali.

Il sistema di potere e il fronte compatto delle critiche

L’apparente impermeabilità di Gravina agli eventi trova fondamento in un sistema di consensi che, fino a poco tempo fa, sembrava granitico. Rieletto con percentuali bulgare, il presidente ha costruito una macchina del potere che gli ha garantito una stabilità economica e politica invidiabile, mentre il movimento calcistico nazionale affondava in una crisi strutturale profonda. In molti osservatori sottolineano come Gravina abbia lavorato più per il consolidamento del proprio fortino che per il rilancio di un settore giovanile in affanno, un paradosso che emerge con prepotenza ora che l’Italia ha esaurito tutte le chance per partecipare alla Coppa del Mondo in programma tra pochi mesi tra Canada, Messico e Stati Uniti.

La conferenza stampa post-gara si è trasformata così in un palcoscenico surreale, dove Gravina ha elogiato la prestazione dei suoi definendola “eroica” – riferendosi alla resistenza in inferiorità numerica – e ha spostato l’attenzione sugli episodi arbitrali che avrebbero lasciato più di una perplessità. “Ci sono state alcune scelte che hanno lasciato perplessità. Una gara del genere meritava un maggiore approfondimento”, ha dichiarato, lasciando intendere che il destino degli azzurri potrebbe essere stato segnato anche da valutazioni arbitrali non impeccabili, in particolare per quanto riguarda un presunto fallo di mano di Dzeko sull’azione del pareggio o il trattamento riservato al giovane Palestra negli ultimi minuti.

Mentre la Lega chiede ufficialmente una rifondazione totale del movimento, partendo proprio dalle sue dimissioni, Gravina ha scelto di attendere la riunione del consiglio, forte di un mandato che formalmente nessuno può revocargli se non un voto contrario dei suoi stessi elettori. La storia recente della Federcalcio insegna che in passato, dopo fallimenti ben meno traumatici, i vertici hanno scelto la via delle dimissioni. Tavecchio lasciò dopo la prima mancata qualificazione, Abete dopo un Europeo deludente. Oggi, con due mondiali mancati e un’inchiesta penale in corso, Gravina resta in attesa, abituato com’è alle richieste di dimissioni ma deciso a non soddisfarle.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.