La nuova guerra del Golfo: raid Usa sull’isola di Kharg e un missile sull’ambasciata a Baghdad
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Redazione Esteri
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Il tabellone luminoso della crisi mediorientale, che ormai da settimane segna punti e contraccolpi con una rapidità che lascia poco spazio all’analisi, si è riacceso sabato su due scenari distanti ma collegati da un filo rosso che tiene insieme strategia militare e simboli politici. Da una parte l’isola iraniana di Kharg, nel Golfo Persico, finita nel mirino dell’aviazione statunitense; dall’altra la Zona Verde di Baghdad, dove un drone ha preso di mira il complesso dell’ambasciata americana. Due attacchi, due firme diverse – quella di Washington e quella di una milizia filo-iraniana – che raccontano l’allargamento di un conflitto il cui perimetro, ormai, non è più contenibile né prevedibile.
Donald Trump, nelle vesti di comandante in capo, ha rivendicato personalmente l’operazione su Kharg, parlando di uno dei raid piú potenti nella storia recente del Medio Oriente. Un’azione, ha tenuto a precisare il presidente, che avrebbe “cancellato ogni obiettivo militare” presente sull’isola, descritta come il gioiello della corona energetica iraniana. La scelta di colpire Kharg non è casuale, considerando che da lí transita una fetta sostanziale del petrolio esportato da Teheran, e che proprio lí si trovano quei terminali di carico che rappresentano la principale arteria di sostentamento per le casse della Repubblica islamica. La dichiarazione di Trump, affidata al suo consueto canale social, ha però voluto marcare una distinzione netta: l’attacco, ha detto, ha risparmiato le infrastrutture petrolifere vere e proprie, una scelta di “decenza” che potrebbe però essere rivista qualora Teheran dovesse continuare a minacciare il traffico nello Stretto di Hormuz.
Sull’altro fronte, quello iracheno, le immagini di una colonna di fumo levarsi dall’ambasciata statunitense hanno riecheggiato scene già viste in passato, riportando alla memoria gli assalti del 2020. Il missile, che stando alle prime ricostruzioni avrebbe centrato un eliporto all’interno del complesso, è stato immediatamente rivendicato da Kataib Hezbollah, una delle sigle piú attive tra le milizie che a Teheran guardano come a un punto di riferimento. L’attacco arriva in un contesto in cui la stessa ambasciata era già stata bersaglio di razzi e droni, segno di una pressione costante che le frange armate filo-iraniane intendono mantenere alta contro la presenza americana sul territorio.
A fare da sfondo a queste scintille belliche c’è il quadro più ampio di un’offensiva iniziata lo scorso 28 febbraio, quando Israele aveva dato il via a una serie di bombardamenti che hanno raggiunto la stessa Teheran, provocando centinaia di vittime e colpendo figure di vertice del regime, tra cui la Guida suprema Ali Khamenei, alla cui successione è subentrato il figlio Mojtaba. Un passaggio di potere, quest’ultimo, avvenuto sotto il segno della continuità, ma in un momento in cui la leadership iraniana appare più esposta che mai. I raid israeliani, cui si sono affiancate le operazioni statunitensi, hanno di fatto spezzato l’incantesimo di una trattativa che solo due giorni prima sembrava aver riaperto spiragli di dialogo.
Quei colloqui in Oman, mediati dal sultanato, avevano visto le delegazioni di Teheran e Washington confrontarsi sul nodo del nucleare, con un’atmosfera che gli stessi mediatori avevano definito di “apertura senza precedenti”. Nonostante le dichiarazioni di insoddisfazione di Trump, che parlava di una trattativa che stava prendendo tempo, il fatto stesso che si sedessero attorno a un tavolo faceva pensare a un tentativo, seppur fragile, di tenere aperto un canale diplomatico. E invece, l’escalation militare ha travolto ogni residua speranza, riportando in primo piano la logica degli attacchi preventivi e delle rappresaglie.
Teheran, da parte sua, ha subito reagito: stando alle agenzie, il lancio di una trentina di missili balistici verso Israele sarebbe la risposta diretta ai bombardamenti, una dimostrazione di forza che conferma la volontà del regime di non restare inerme di fronte agli attacchi subiti. La stessa agenzia Fars, vicina alle autorità, ha minimizzato i danni alle strutture petrolifere di Kharg, smentendo le ricostruzioni piú catastrofiche e cercando di rassicurare un’opinione pubblica interna già provata dalle sanzioni e dall’isolamento internazionale. Ma la realtà dei fatti è che il conflitto si sta ormai combattendo su multipli registri: dal Golfo, dove la libertà di navigazione è appesa a un filo, all’Iraq, dove la presenza americana torna a essere un bersaglio.
L’ambasciata di Baghdad, d’altronde, è da sempre un termometro delle tensioni tra Washington e le fazioni armate irachene. Colpire quel complesso significa mandare un messaggio che va oltre l’atto bellico in sé: è una dichiarazione di intenti, un modo per ribadire che la resistenza armata non si ferma e che gli interessi statunitensi nella regione restano nel mirino. Il fumo che si è levato stamattina dalla Zona Verde è la prova tangibile di quanto sia labile il confine tra un attacco mirato e l’escalation incontrollata.




