Il volo numero tre del New Glenn, un successo a metà tra il booster recuperato e il satellite perso
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La competizione tecnologica nel settore dei lanci orbitali, che vede ormai da anni contrapposti i colossi dell’aerospazio privato, ha vissuto una nuova, emblematica giornata domenica scorsa quando il vettore pesante New Glenn della Blue Origin è decollato da Cape Canaveral. Se da un lato l’azienda fondata da Jeff Bezos ha potuto festeggiare il perfetto rientro del suo booster riutilizzabile – atterrato con precisione su una piattaforma galleggiante nell’oceano Atlantico a circa dieci minuti dal decollo – dall’altro l’entusiasmo è stato bruscamente frenato dalla consapevolezza che la missione primaria, ovvero il dispiegamento del satellite per telecomunicazioni BlueBird 7, era fallita. È un risultato, questo, che incarna perfettamente la complessità del volo spaziale moderno dove un passo avanti nella logistica del riutilizzo può coesistere con un passo indietro altrettanto significativo nel raggiungimento degli obiettivi commerciali.
L’anomalia dello stadio superiore e l’orbita sbagliata
Il problema, stando alle prime ricostruzioni tecniche e alle dichiarazioni rilasciate dal cliente AST SpaceMobile, è da ricercarsi nello stadio superiore del New Glenn, quello che nella fase avanzata del volo avrebbe dovuto erogare la spinta necessaria per posizionare il carico nell’orbita prestabilita. Invece, a causa di una spinta insufficiente erogata dai motori, il satellite è stato rilasciato su un’orbita più bassa del previsto; uno scarto altimetrico che si è rivelato drammatico per la sopravvivenza operativa del velivolo. L’azienda committente ha infatti confermato che, nonostante il satellite si fosse correttamente separato dal lanciatore e avesse fornito segnali di accensione, la quota raggiunta è troppo esigua per permettere ai propulsori di bordo di correggere la traiettoria. Di conseguenza, BlueBird 7 – che avrebbe dovuto fungere da nodo per la futura rete di connettività cellulare spaziale – verrà deliberatamente deorbitato per disintegrarsi al rientro nell’atmosfera, un epilogo rovente che chiude anzitempo la sua vita operativa.
Il dilemma della riutilizzabilità e l’assicurazione sul carico
Mentre gli ingegneri di Blue Origin analizzano i dati telemetrici per capire perché lo stadio superiore abbia accusato un calo di prestazioni, l’attenzione si sposta sulle conseguenze immediate di questo fallimento parziale. Per la compagnia di Bezos, il recupero del booster (battezzato “Never Tell Me the Odds” in omaggio a *Star Wars*) rappresenta comunque una pietra miliare, dimostrando che il gigante a due stadi può tornare a casa integro dopo il volo, abbattendo potenzialmente i costi delle future missioni. Tuttavia, questo traguardo tecnico non può oscurare la perdita del satellite per AST SpaceMobile; una perdita che, va detto, risulterà ammortizzata dalla polizza assicurativa stipulata dalla società. La compagnia, intenzionata a costruire una costellazione di satelliti in grado di connettersi direttamente agli smartphone senza bisogno di hardware dedicato, ha già annunciato che i prossimi esemplari della flotta (dal BlueBird 8 al 10) sono pronti per essere spediti entro una trentina di giorni, segno che la produzione non si ferma nonostante questo incidente di percorso.
Le implicazioni per la gara spaziale e i programmi futuri
Non si può analizzare questo evento senza inquadrarlo nel contesto più ampio della sfida tecnologica che oppone Blue Origin a SpaceX. Se è vero che la società di Elon Musk ha già normalizzato il riutilizzo dei primi stadi dei suoi razzi Falcon 9, per Bezos si tratta ancora di una conquista recente e cruciale da mettere a punto. D’altra parte, il mancato inserimento orbitale rappresenta una battuta d’arresto non trascurabile per un vettore che punta a diventare un cavallo di battaglia per i lanci commerciali e istituzionali, inclusi quelli del programma lunare Artemis. Il satellite BlueBird 7, sprovvisto della potenza necessaria per sollevarsi dall’orbita bassa in cui è stato abbandonato, brucerà dunque nell’atmosfera come testimone silenzioso di una missione riuscita solo a metà; un promemoria, se ce ne fosse bisogno, di come nel nuovo space economy il confine tra il trionfo e il disastro sia spesso sottile e dipenda da una manciata di secondi di spinta missilistica.




