Il "no" di Madrid alla guerra e la strategia degli scali: così gli Usa riposizionano i loro aerei dalle basi spagnole

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il veto imposto dal governo di Pedro Sánchez all’utilizzo delle installazioni militari sul suolo iberico per le operazioni belliche contro l’Iran ha innescato un immediato e logisticamente complesso riposizionamento dei velivoli statunitensi, i quali, di fatto, hanno dovuto lasciare le basi di Rota e Morón per continuare a garantire il supporto alle missioni in Medio Oriente. La decisione della Moncloa, arrivata dopo l’inizio dell’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele, ha costretto il Pentagono a mettere in campo una strategia alternativa che, se da un lato aggira il diniego formale di Madrid, dall’altro ne conferma la portata concreta: i quindici aerei, prevalentemente rifornitori strategici Boeing KC-135 Stratotanker, che erano permanentemente stazionati nel sud della Spagna, sono stati ridispiegati a partire da domenica verso altre destinazioni europee, in particolare la base di Ramstein in Germania.

Il ministro degli Esteri José Manuel Albares è stato categorico nel ribadire che le basi, seppur a gestione congiunta, rimangono sotto sovranità spagnola e che, pertanto, non sarebbe stato concesso il loro utilizzo per azioni non contemplate negli accordi bilaterali o, ed è questo il punto nodale sollevato dall’esecutivo, in violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. La presidente della Difesa Margarita Robles ha aggiunto dettagli operativi alla vicenda, spiegando che i velivoli in questione, essenziali per il rifornimento in volo dei caccia impegnati nei bombardamenti, erano di base in Spagna e che il loro trasferimento – monitorato pubblicamente attraverso la piattaforma di tracciamento FlightRadar24 – è la conseguenza diretta e tangibile della linea politica impressa da Sánchez. Una linea, quella del capo del governo spagnolo, che ha riacceso nella memoria collettiva gli echi delle manifestazioni contro la guerra in Iraq del 2003, quando lo slogan "No a la guerra" riempiva le piazze contro la scelta dell’allora premier Aznar di appoggiare l’intervento anglo-americano.

Lo scontro diplomatico con Washington e l’ombra delle ritorsioni commerciali

La fermezza di Madrid non è passata inosservata oltreoceano, provocando una reazione insolitamente dura da parte dell’amministrazione Trump. Il presidente americano, che non ha mai fatto mistero di considerare la Spagna un alleato inaffidabile, ha definito Sánchez "terribile", arrivando a ventilare ritorsioni economiche e minacciando di interrompere i rapporti commerciali con il paese iberico. Una pressione notevole, quest’ultima, che ha subito sollevato interrogativi sulla tenuta del fronte europeo e sulle possibili conseguenze per un’economia, quella spagnola, fortemente dipendente dalle importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Nonostante le intimidazioni, però, la posizione della Moncloa non è mutata di una virgola, anzi, si è irrigidita ulteriormente quando dalla Casa Bianca è filtrata la versione secondo cui Madrid avrebbe accettato di cooperare in privato. Una ricostruzione prontamente smentita dalla ministra Robles, che ha parlato apertamente di possibili operazioni di "disinformazione" provenienti da Washington, ipotizzando che certe dichiarazioni servissero a fini di politica interna americana.

La tensione tra i due alleati Nato ha raggiunto così livelli che non si vedevano da anni, mettendo in luce una crepa profonda all’interno dell’Alleanza Atlantica proprio nel bel mezzo di una crisi internazionale. Mentre il Regno Unito, dopo un’iniziale esitazione, ha concesso l’uso delle sue basi per operazioni limitate alla "autodifesa collettiva" e la Germania di Friedrich Merz ha offerto un sostegno più esplicito all’operazione, la Spagna si è ritrovata isolata, o quantomeno in prima linea, nel rifiuto di partecipare allo sforzo bellico. Un isolamento che Sánchez, forte del suo recente mandato e di una chiara strategia comunicativa, ha trasformato in una bandiera, presentandosi come il baluardo dei principi legalitari e multilaterali in un’Europa percepita come sempre più allineata alle direttive di Trump.

Il nodo della sovranità e il ruolo delle basi nel conflitto

La questione, al di là della retorica politica, ruota attorno allo status giuridico delle basi di Rota e Morón. Formalmente spagnole, ospitano da decenni un contingente militare statunitense fondamentale per la proiezione di potenza degli Usa nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Il governo socialista ha impugnato il diritto internazionale come scudo per motivare il diniego, sostenendo che l’offensiva in Iran, non essendo stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, costituisca un’azione unilaterale alla quale la Spagna non intende prestare il proprio territorio. Un ragionamento che, di fatto, equipara l’operazione "Epic Rage" all’invasione dell’Iraq del 2003, creando un parallelo storico che Sánchez ha esplicitamente richiamato nel suo discorso alla nazione.

I movimenti registrati dalle piattaforme di tracciamento, con i KC-135 decollati da Morón alla volta di Ramstein e i voli dei giganteschi C-17 Globemaster tra Rota e la base di Sigonella in Sicilia, dimostrano come il dispositivo militare statunitense si stia riorganizzando per sopperire al "no" spagnolo. Un'operazione logistica imponente, che sposta il baricentro del supporto aereo più a est, ma che non scalfisce la determinazione di Madrid. Una determinazione che, secondo alcuni analisti, risponde anche a logiche di politica interna, permettendo a Sánchez di marcare il territorio rispetto a un’opposizione di centrodestra che fatica a trovare una posizione differente, e di consolidare il proprio elettorato in vista di future scadenze elettorali.

Il fronte interno e le implicazioni per la sicurezza europea

Mentre i velivoli militari cambiavano cielo, in Spagna la posizione del governo raccoglieva consensi, con un sondaggio pubblicato da El País che attribuiva a Sánchez un significativo sostegno popolare sulla gestione della crisi. Un dato che rafforza la linea dura dell’esecutivo, il quale si dice pronto a studiare misure di sostegno per famiglie e imprese qualora le minacce di ritorsioni commerciali americane dovessero tradursi in un aumento vertiginoso dei prezzi dell’energia. La dipendenza dal gas statunitense, in questo scenario, si profila come il tallone d’Achille dell’economia iberica, un punto di vulnerabilità che Washington potrebbe decidere di colpire per piegare la resistenza di Madrid.

Sul piano della sicurezza collettiva, la frattura apre scenari complessi. La Nato si trova a dover gestire un dissenso interno che, sebbene circoscritto a un solo membro, mina il principio dell’unità di intenti in un momento di grave instabilità. La Spagna, pur ribadendo la sua fedeltà all’Alleanza, come dimostrato dalla condivisione di informazioni che hanno permesso di abbattere un missile iraniano sullo spazio aereo turco, traccia un confine netto tra difesa collettiva e partecipazione attiva a operazioni offensive che considera sproporzionate e illegittime. Una distinzione sottile, ma sostanziale, che promette di alimentare il dibattito politico e strategico nei prossimi mesi, ridefinendo di fatto i margini di autonomia dei singoli stati all’interno di un sistema di alleanze sempre più messo alla prova dalle tensioni globali.

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