Achille Polonara, la rinascita dopo il coma: "Non riconoscevo i miei figli"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La sua storia, che si snoda tra palazzetti rimbombanti di applausi e il silenzio ovattato di una stanza di terapia intensiva, è quella di una doppia battaglia, combattuta e vinta lontano dai riflettori del basket. Achille Polonara, il gigante dallo sguardo azzurro che per due volte ha dovuto affrontare un avversario insidioso e subdolo, racconta oggi, a malattia in remissione, il percorso tortuoso che lo ha portato fino al trapianto di midollo osseo e poi dentro un coma profondo. Una prova durissima, durante la quale i punti di riferimento più cari, quelli affettivi, sembravano svaniti: al risveglio, infatti, non riusciva a riconoscere i propri figli. La moglie Erika Bufano, al suo fianco in ogni istante, non ha mai smesso di parlargli, confidando in un legame più forte di ogni sedazione, finché le sue parole non hanno trovato la strada per riportarlo alla luce. Quella donatrice anonima di midollo, alla quale oggi Polonara rivolge un ringraziamento sentito e definitivo, è stata l’artefice di una possibilità di salvezza che il cestista stesso non esita a definire quasi miracolosa.

Il difficile cammino tra due malattie

La diagnosi di leucemia mieloide acuta è arrivata come un colpo particolarmente duro, perché giunta dopo un primo, estenuante confronto con un tumore ai testicoli che Polonara credeva ormai di essersi lasciato alle spalle. L’annuncio, come ha spiegato, ha scatenato in lui una reazione di rabbia e di sconforto, comprensibile in un uomo giovane che si era già misurato con la paura e con le cure. Aveva passato, usando le sue stesse parole, dei momenti bruttissimi, di quelli che una persona della sua età non dovrebbe mai conoscere. L’iter medico, inevitabilmente, è diventato l’unica strada percorribile, scandito da trattamenti aggressivi e dall’attesa snervante di un donatore compatibile, senza il quale non ci sarebbe stato futuro.

L'incubo del coma e il filo della voce

Il trapianto, momento cruciale e delicatissimo, ha segnato l’inizio di una nuova, critica fase. Le complicazioni post-operatorie hanno condotto Polonara in uno stato di incoscienza, in quel limbo del coma dove ogni contatto con il mondo esterno sembra reciso. In quella condizione, sua moglie Erika ha mantenuto viva la presenza, trasformando la sua vicinanza in un dialogo ininterrotto, in un monologo d’amore e di speranza rivolto a un orecchio che forse poteva sentire. Una scelta, la sua, dettata dalla disperazione ma anche dalla ferma convinzione che il legame potesse superare qualsiasi barriera. E alla fine, come ha ricordato, lui ha riaperto gli occhi. Il risveglio, tuttavia, non è stato un ritorno immediato alla normalità: la memoria, offuscata dai farmaci e dal trauma, gli negava persino i volti dei suoi bambini, rendendo necessaria una lenta e paziente opera di ricostruzione interiore.

La nuova normalità e il ringraziamento alla donatrice

Oggi, con la malattia in remissione, Polonara guarda al periodo delle feste con uno spirito rinnovato, trovando nella compagnia della famiglia – nella moglie definita unica e nei figli che gli hanno dato forza – il senso più autentico della guarigione. La sua testimonianza, al di là del valore umano, getta luce sull’importanza decisiva delle donazioni di midollo, un gesto di anonimata generosità che può tradursi in una seconda vita per chi riceve. Quel “grazie a lei sono ancora qui” rivolto alla donatrice sconosciuta racchiude tutta la gratitudine di un uomo che ha toccato il fondo e ha potuto risalire, trovando nella solidarietà altrui la chiave della propria salvezza. La partita più difficile, come l’ha chiamata lui, sembra conclusa, lasciando spazio a una normalità che, dopo un simile viaggio, ha il sapore prezioso di una vittoria inaspettata.

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