Impennata del petrolio, il Brent vola oltre i 110 dollari e i mercati tremano tra timori per lo Stretto di Hormuz

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’onda d’urto generata dall’escalation in Medio Oriente continua a riverberarsi con violenza sui mercati energetici globali, dove il prezzo del petrolio ha registrato un’impennata senza precedenti nelle ultime sedute. Il Brent, il riferimento per l’Europa, ha superato la soglia dei 110 dollari al barile, toccando un incremento superiore al 5% in una sola giornata, mentre il West Texas Intermediate (WTI) si è stabilizzato in area 95 dollari, mostrando una certa tenacia nonostante le pressioni ribassiste derivate dall’incertezza geopolitica.

A innescare questa nuova fiammata rialzista sono state le reciproche rappresaglie tra Iran da un lato e Stati Uniti e Israele dall’altro, che hanno trasformato le infrastrutture energetiche – fino a poco tempo fa considerate zone off-limits – in bersagli militari diretti. L’attacco israeliano al gigantesco giacimento di gas di South Pars, situato nelle acque iraniane, ha provocato la reazione immediata di Teheran, che ha risposto colpendo il complesso di gas naturale liquefatto (GNL) di Ras Laffan, in Qatar. Un’escalation che ha spinto il presidente americano Donald Trump – oggi nuovamente alla Casa Bianca – a lanciare minacce esplicite: distruggere le centrali energetiche iraniane se l’Iran non avesse riaperto il corridoio marittimo.

Il collo di bottiglia di Hormuz e la volatilità dei listini

Il nodo della crisi risiede ora nello Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. La quasi paralisi del traffico marittimo in quest’area strategica ha costretto i produttori del Golfo Persico a ridurre le estrazioni, contribuendo ulteriormente alla stretta sull’offerta. La tensione si è acuita ulteriormente dopo che le autorità marittime britanniche hanno segnalato nuovi attacchi contro navi petrolifere nelle acque antistanti Ras Laffan, con proiettili di origine sconosciuta che hanno colpito imbarcazioni a poche miglia dalla costa, alimentando la psicosi tra gli armatori.

Le Borse europee hanno scontato immediatamente questa nuova ondata di avversione al rischio. L’Euro stoxx 50 ha registrato un calo marcato, bruciando gran parte dei guadagni accumulati nelle settimane precedenti, mentre Piazza Affari ha seguito la scia negativa dei principali listini continentali. Più contenuto, ma non indolore, il ribasso a Wall Street, dove l’S&P 500 ha ceduto terreno in attesa dei segnali della Federal Reserve riguardo alla futura politica monetaria, in un contesto in cui l’inflazione rischia di essere alimentata proprio dal caro energia.

Il gas raddoppia, il Bitcoin sotto pressione

Parallelamente al rally del greggio, il mercato del gas naturale ha vissuto una fase altrettanto turbolenta. Sul mercato europeo, le quotazioni hanno di fatto raddoppiato in poche settimane, passando da valori intorno ai 30 euro fino a sfiorare i 60 euro al megawattora. Il timore di interruzioni prolungate delle forniture – visto che il conflitto minaccia direttamente i campi di estrazione e le infrastrutture di esportazione – ha spinto gli operatori a coprirsi massicciamente, in un contesto di offerta già resa fragile dal blocco delle rotte commerciali.

La volatilità non ha risparmiato nemmeno il mercato delle criptovalute, spesso percepito come un termometro della propensione al rischio. Bitcoin ha subito una brusca correzione, scendendo sotto quota 72.300 dollari, mentre l’oro, tradizionale bene rifugio, ha visto aumentare il proprio appeal senza però riuscire a contrastare del tutto la forza del dollaro, sostenuto dall’aumento dei rendimenti dei Treasury. Gli investitori, insomma, stanno ricalibrando le proprie posizioni in attesa di capire se l’attuale fase di tensioni rappresenti un incidente di percorso o l’inizio di una nuova era di conflitti prolungati per le risorse energetiche.

L’ultimatum e il rischio di un allargamento del conflitto

Nelle ultime ore, il clima di incertezza è stato ulteriormente surriscaldato dall’ultimatum lanciato da Trump all’Iran. Il presidente ha concesso 48 ore a Teheran per riaprire completamente lo Stretto di Hormuz, minacciando altrimenti la distruzione delle centrali energetiche iraniane, a partire dalla più grande. Si tratta di un cambio di rotta significativo: dopo aver inizialmente escluso i siti energetici dai bersagli dei raid, la Casa Bianca sembra ora pronta a colpire il cuore dell’infrastruttura elettrica e petrolifera iraniana se non verranno rimosse le ostruzioni alla navigazione.

La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Le forze armate iraniane hanno avvertito che qualsiasi attacco alle proprie infrastrutture energetiche scatenerà una rappresaglia immediata contro tutte le installazioni energetiche statunitensi presenti nella regione, oltre a minacciare attacchi informatici e agli impianti di desalinizzazione. Questa escalation verbale ha messo ulteriormente in allarme le cancellerie internazionali, consapevoli che un conflitto aperto sull’asse Iran-Usa potrebbe chiudere definitivamente i rubinetti del petrolio del Golfo per un periodo indefinito, con conseguenze economiche devastanti su scala globale.

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