Dad a maggio? Novara: “Come se qualcuno chiedesse se abbiamo bisogno di riaprire i campi di concentramento”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La didattica a distanza torna a far discutere, sebbene per ragioni opposte rispetto a quelle che l’avevano resa obbligatoria durante l’emergenza pandemica. L’allarme, lanciato durante il weekend di Pasqua da Marcello Pacifico, presidente nazionale dell’Anief, aveva paventato uno scenario – poi prontamente smentito dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara -2-3 – in cui le scuole italiane avrebbero potuto chiudere i battenti fisici nell’ultimo mese di lezioni per far fronte a un’eventuale, grave crisi energetica derivante dal blocco delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz. Un’ipotesi che il pedagogista Daniele Novara, ospite nei giorni scorsi di un talk organizzato dalla Tecnica della Scuola, ha letteralmente accolto con parole di fuoco, definendola una prospettiva tanto assurda quanto offensiva per la memoria collettiva.

Nel corso del dibattito, che ha visto confrontarsi anche le parti sociali e le associazioni dei genitori, Novara non ha usato mezzi termini per esprimere il suo dissenso, paragonando – come si vede nel video pubblicato – l’eventualità di un ritorno alla Dad a una domanda sulla necessità di “riaprire i campi di concentramento”. Una frase, quest’ultima, che sebbene volutamente provocatoria mira a sottolineare l’assurdità di riproporre una misura emergenziale come la didattica a distanza in un contesto profondamente diverso da quello per cui fu concepita. Il pedagogista ha dunque ribadito con forza che la scuola è un luogo di relazione imprescindibile e che, al di là delle questioni legate al risparmio energetico (come la riduzione dei consumi di riscaldamento o del carburante per gli spostamenti), sacrificare la socialità dei minori rappresenterebbe un passo indietro inaccettabile rispetto ai danni già causati dai lunghi periodi di isolamento precedenti.

Le precisazioni di Pacifico e il fronte dei genitori

L’intervento del pedagogista è arrivato come una replica netta alle dichiarazioni rilasciate proprio nel corso dello stesso talk dal sindacalista Marcello Pacifico, il quale ha però provveduto a chiarire la propria posizione rimettendo i puntini sulle “i”. Pacifico ha infatti spiegato che la sua non fu mai una vera e propria “richiesta” di attivare la Dad, bensì una “denuncia” o un “avvertimento” basato su dati oggettivi relativi alla tensione internazionale. Secondo il presidente Anief, se la situazione geopolitica dovesse aggravarsi ulteriormente e lo smart working venisse esteso in massa ai dipendenti pubblici per limitare gli spostamenti, la scuola potrebbe trovarsi “schiacciata” da logiche di razionamento energetico. Pacifico, pur ribadendo che “la scuola deve essere l’ultima a chiudere”, ha insistito sulla necessità di prendere atto della realtà: un docente pendolare, in un momento di aumento vertiginoso del costo della benzina, spende attualmente tra il 25% e il 30% del proprio stipendio solo per raggiungere il posto di lavoro, una criticità strutturale che la politica dovrebbe risolvere con indennità specifiche piuttosto che con la chiusura degli edifici.

Sulla stessa linea di contrarietà si è collocato anche Antonio Affinita, direttore generale del Moige (Movimento Italiano Genitori), che ha partecipato al talk bocciando totalmente l’ipotesi di un ritorno alla didattica a distanza. Affinita ha sottolineato come la scuola in presenza non possa essere considerata un “optional” o la variabile su cui scaricare i costi di una cattiva pianificazione energetica nazionale. Nel suo intervento, il rappresentante dei genitori ha richiamato i dati emersi durante la pandemia – ritardi didattici, impennata di ansia e depressione tra i giovanissimi – per sostenere che “riaprire quella ferita sarebbe inaccettabile e irresponsabile”, auspicando invece interventi urgenti sull’efficientamento energetico degli edifici scolastici e sugli orari scaglionati.

Il peso delle smentite istituzionali

Se il dibattito pubblico, alimentato dai media e dalle chat di genitori e insegnanti, ha preso fuoco in pochi giorni, dal punto di vista normativo e governativo la questione è stata archiviata in tempi altrettanto rapidi. Fonti del ministero hanno infatti chiarito che “non è una misura contemplata nel piano del governo”, specificando che l’attuale normativa sulla Dad è strettamente legata allo stato di emergenza sanitaria e non a una crisi delle materie prime. Il ministro Valditara ha confermato in più sedute che la didattica in presenza resta la modalità ordinaria e irrinunciabile del sistema scolastico italiano, definendo “fuori luogo” qualsiasi accostamento tra la situazione attuale e i lockdown del 2020.

Nonostante queste rassicurazioni ufficiali, l’eco dell’allarme lanciato dal sindacato ha comunque avuto il merito – o la colpa, a seconda dei punti di vista – di riaccendere i riflettori su un disagio reale. La metà circa dei docenti intervistati in un sondaggio della Tecnica della Scuola si è detta infatti favorevole a una limitazione degli spostamenti e a una gestione mista della didattica, almeno per quanto riguarda le riunioni dei collegi docenti, che l’88,95% degli insegnanti vorrebbe poter svolgere online per evitare costi e trasferte. Una spaccatura, quella tra l’ufficialità istituzionale e la base lavorativa, che fotografa la difficoltà di separare il trauma della Dad – che rimane un “brutto ricordo” – dalle concrete necessità di risparmio economico di migliaia di lavoratori fuorisede.

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