Riapre il dibattito sulla didattica a distanza, ma questa volta a causa del caro carburanti
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Redazione Interno
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L’ombra di un nuovo, seppur diverso, allontanamento dagli edifici scolastici torna ad aggirarsi sui banchi italiani. Se durante l’emergenza sanitaria fu il virus a costringere gli studenti dietro uno schermo, oggi a riaccendere i riflettori sulla Didattica a Distanza è una crisi di natura completamente diversa: quella energetica, alimentata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dal conseguente caro carburanti. Secondo quanto riportato da alcune sigle sindacali, che starebbero vagliando ogni ipotesi per fronteggiare l’emergenza, si sarebbe fatta strada l’idea di estendere le misure di austerity anche al mondo della scuola, proponendo il ricorso alla Dad nell’ultimo tratto dell’anno scolastico.
È stato Marcello Pacifico, presidente nazionale dell’Anief, a lanciare per primo l’allarme, collegando in un post sui social – già lo scorso 4 aprile – il rischio di un ritorno alla Dad con il razionamento dei carburanti e il conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran. La sua, più che una richiesta formale, è stata una lettura anticipata di uno scenario possibile: se l’inflazione dovesse schizzare verso l’alto entro giugno, il Governo potrebbe trovarsi costretto a razionalizzare luce, gas e trasporti, spingendo i dipendenti pubblici verso lo smart working e la scuola verso la didattica a distanza. Una soluzione, quest’ultima, che Pacifico stesso definisce “eccessiva” ma che sarebbe “consequenziale” in un contesto di emergenza prolungata, sottolineando come la riduzione dei giorni di lavoro in presenza sia già una realtà in diversi altri Paesi del mondo.
La ferma opposizione della Rete nazionale scuola in presenza
Se l’ipotesi avanza sul tavolo dei tecnici, la reazione di chi la scuola la vive quotidianamente è stata fulminea e categorica. Le associazioni, i comitati e gli organismi che fanno capo alla Rete nazionale scuola in presenza hanno espresso la loro più netta contrarietà, definendo l’eventualità non solo assurda, ma gravissima sul piano culturale e civile. Nella loro controffensiva, ricordano come l’esperienza degli anni scorsi abbia già dimostrato con chiarezza l’impatto devastante della Dad: amplificazione del disagio psicologico e relazionale per bambini e adolescenti, compromissione del diritto all’inclusione per gli alunni con disabilità e una limitazione forzata del diritto alla socialità.
La Rete, inoltre, non risparmia una critica di fondo alla logica che sembra guidare queste proposte. Se l’obiettivo dichiarato è ridurre i consumi energetici, colpire la scuola appare come un atto di sciagurata facilità, quasi fosse il settore più sacrificabile del Paese. Con la stessa filosofia, sostengono i rappresentanti, si dovrebbe allora proporre la chiusura di acciaierie, centri commerciali o compagnie aeree, realtà dai consumi enormemente superiori che nessuno, però, oserebbe mai mettere in discussione. È questo scarto di trattamento, secondo la Rete, a rivelare una pericolosa abitudine a trattare l’istruzione come una “variabile dipendente” delle crisi economiche o belliche.
Il paradosso della Basilicata tra petrolio e rincari
Mentre a livello nazionale si discute di Dad e smart working, sul territorio emergono contraddizioni profonde che alimentano il malcontento. Il caso della Basilicata, regione che possiede uno dei principali giacimenti petroliferi terrestri, ne è l’esempio più lampante. Nonostante l’oro nero scorra nel suo sottosuolo, i lucani si trovano a pagare il carburante più caro d’Italia. Un paradosso che ha spinto le consigliere regionali del M5S, Alessia Araneo e Viviana Verri, a richiedere un’audizione urgente del direttore generale competente per fare chiarezza su possibili anomalie nella formazione dei prezzi.
In questo contesto, la richiesta di alcune voci politiche – come quella del Consigliere regionale del Gruppo Misto, che richiama l’attenzione del Governo regionale – si sposta sulla necessità di un “buon esempio” da parte della Pubblica Amministrazione, con l’invito a incrementare subito lo smart working per ridurre gli spostamenti e i consumi. Un’ipotesi che, se da un lato risponderebbe all’urgenza di risparmiare carburante, dall’altro si scontra con la stessa logica contestata dalla Rete degli studenti: quella di combattere una crisi sistemica scaricandone il peso sui diritti dei lavoratori e degli studenti, anziché intervenire sulle distorsioni del mercato energetico.




