La guerra in Iran e lo spettro della Dad a maggio: Crosetto teme il “lockdown energetico”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’onda lunga della crisi internazionale, quella che incatena il conflitto tra Stati Uniti e Iran in un’escalation senza fine, non si ferma certo ai confini del Medio Oriente. Anzi, il suo contraccolpo più violento rischia di materializzarsi nelle case e nelle abitudini degli italiani, toccando un nervo scoperto che nessuno, forse, aveva considerato fino a ieri: l’energia che muove la Penisola, e con essa la vita quotidiana di milioni di famiglie. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervistato dal Corriere della Sera, ha scelto parole che pesano come macigni: alla domanda se esista il rischio concreto di un blocco generale entro un mese, la risposta è stata un secco “È ciò che si teme. Non tutto ma molto”. Un’ammissione che, al di là dei tecnicismi diplomatici, fotografa una realtà in cui le riserve strategiche appaiono drammaticamente insufficienti, strette nella morsa del blocco navale nel Golfo Persico. La presidente del Consiglio, nel corso di una recente missione diplomatica, aveva già accennato alla vulnerabilità delle scorte, un’allerta che Crosetto ha difeso con forza dalle critiche dell’opposizione, liquidandole come “infantili e ridicoli” mentre cercava di tessere una rete di cooperazione con i colleghi giapponese e kuwaitiano per evitare che l’Italia si trovasse completamente spiazzata.

L’ipotesi della didattica a distanza e lo scontro con il governo

Ed è proprio in questo clima di fibrillazione che si inserisce il fantasma di un’altra “sospensione”, quella della scuola in presenza. L’allarme, a essere precisi, non è partito dai palazzi del potere ma da un sindacato, l’Anief, il cui presidente Marcello Pacifico ha rotto un silenzio che sapeva di polvere da sparo. Pacifico non ha parlato di una scelta auspicabile, ma di una eventualità quasi matematica: se l’emergenza energetica dovesse stringere ulteriormente la morsa, con il caro carburanti che già divora gli stipendi, il governo potrebbe ritrovarsi con le spalle al muro. “La scuola dovrà essere l’ultima a chiudere”, ha precisato, specificando che l’istituto non sta “auspicando l’aggravarsi della crisi” ma chiede solo interventi strutturali. La sua, insomma, è stata una lucida analisi di uno scenario estremo: in caso di black out o razionamenti pesanti, la Dad (didattica a distanza) e lo smart working per il personale scolastico tornerebbero a essere quelle “armi” di risparmio energetico già testate – e odiate – durante la pandemia da Covid. Tuttavia, questa ipotesi ha trovato un muro immediato. Sempre citando fonti del Corriere, dal Ministero dell’Istruzione è arrivata una secca smentita: “non è una misura contemplata nel piano del governo”, almeno per il momento, le aule resteranno quindi aperte.

Il costo del pieno e la rivolta silenziosa della Cisl

Mentre la politica discute di razionamenti e i sindacati di scuola lanciano l’allarme, c’è un’altra emergenza che brucia sotto i piedi degli italiani, letteralmente. Il costo della benzina è diventato una vera e propria tassa occulta sulla mobilità, e a pagarne il prezzo più alto sono proprio quei lavoratori che non possono staccare la spina. Gennaro Ferrara, leader della Cisl Fp Emilia Centrale, ha raccontato una realtà fatta di numeri spietati: un lavoratore tipo, oggi, “brucia alla pompa di benzina circa l’8% del suo stipendio”. Una cifra che stride con l’inflazione che ha ripreso a correre e con le bollette che si apprestano a salire di un altro 20%. È per questo che Ferrara, in una lettera indirizzata a tutti i 42 Comuni della provincia di Reggio Emilia, ha chiesto di aprire subito un confronto “non ideologico” per aumentare massicciamente i numeri dello smart working. Non si tratta, tiene a precisare il sindacalista, di un “privilegio” ma di un welfare necessario: se puoi lavorare da casa, devi essere messo nella condizione di farlo, per tagliare i costi di trasporto e, di riflesso, alleggerire la pressione sui consumi nazionali. Una richiesta che trova eco anche nelle raccomandazioni europee, dove si suggeriscono almeno tre giorni di lavoro da remoto a settimana per le categorie compatibili.

Il “non tutto ma molto” che cambierà le abitudini

Il quadro che emerge è quello di un Paese in attesa, trattenendo il fiato. Le parole di Crosetto (“non tutto ma molto”) descrivono una sofferenza selettiva ma inevitabile: forse non si fermeranno le fabbriche tutte insieme, forse non ci sarà un coprifuoco generalizzato come nel 2020, ma il “molto” riguarda la qualità della vita e la tenuta dei servizi. In ballo c’è la possibilità di rivedere misure che speravamo fossero sepolte con l’emergenza sanitaria: dalle targhe alterne per limitare la circolazione alla riduzione di un grado dei condizionatori o dei termosifoni, fino alla chiusura degli uffici pubblici non essenziali. Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia spinge in questa direzione, consigliando la riduzione degli spostamenti casa-lavoro per alleggerire la domanda di greggio. In questo senso, l’allarme di Pacifico (Anief) non è una profezia, ma un termometro: se l’inflazione schizzerà e il gas scarseggerà, il governo Meloni potrebbe trovarsi costretto a ripescare gli stessi strumenti normativi della Dad, non per un rischio sanitario, ma per un rischio logistico ed economico. La scuola, in questa equazione, è solo l’ultimo anello di una catena che, se si rompe, trascinerà con sé le abitudini di un’intera nazione.

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