Francesco Mandelli, il «nongiovane» che sfida la risata senza copione a “Lol”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Da quella cameretta in cui dormiva per terra, ospite fisso di Fabrizio Biggio agli albori di una carriera costruita più sull’istinto che sulla pianificazione, Francesco Mandelli non ha mai smesso di cercare il senso autentico della comicità. Il volto, anzi, il «non volto» per eccellenza della generazione cresciuta a cavallo tra i due millenni, è tornato a occupare il centro della scena televisiva approdando come concorrente nella sesta edizione di “Lol: Chi ride è fuori”, disponibile su Prime Video a partire dal 23 aprile. E lo ha fatto, a quasi trent’anni dal debutto, con una scelta precisa che già di per sé rappresenta una dichiarazione d’intenti: non aver mai visto neppure un minuto del programma prima di mettervi piede. Una scelta, questa, dettata dal desiderio di preservare quella «assoluta spontaneità» che Mandelli considera il carburante essenziale del fare ridere. Non c’è calcolo, nella sua strategia (se di strategia si può parlare), né la preoccupazione di gestire il proprio personaggio in vista di un eventuale trionfo; l’obiettivo, racconta, non è affatto vincere, ma semplicemente «far divertire chi sta sul divano».
Classe 1979, nato a Erba ma cresciuto a Osnago, Mandelli porta con sé non solo i 47 anni di un’età che lui stesso ridefinisce con ironico realismo («non sono più giovane ma nemmeno vecchio»), ma l’intera parabola di un certo modo di fare televisione che a fine anni Novanta sembrava inventarsi da un giorno all’altro. Il celebre soprannome che ancora oggi lo identifica, «Nongiovane» poi contratto in «Nongiò», gli fu affibbiato quasi casualmente da Andrea Pezzi durante una trasmissione su MTV Italia, una sorta di battesimo mediatico avvenuto nel lontano 1998. Il suo esordio formale avvenne a Tokusho, programma di cui fu co-conduttore, e la sua fama crebbe rapidamente in un ambiente, quello degli studi milanesi dell’allora emittente musicale, dove la figura del veejay veniva idolatrata da un pubblico giovane e famelico di novità.
Dalla provincia ai set cinematografici, passando per un prete illuminato
Se la popolarità iniziale fu un lampo improvviso in un contesto ipercinetico, la consapevolezza del proprio talento comico affonda in un ricordo molto più intimo e, a tratti, quasi surreale. Mandelli ha raccontato di aver scoperto di possedere la dote di far ridere le persone grazie a un prete, figura forse inaspettata in questa biografia artistica ma che testimonia quanto la sua comicità fosse genuina e riconoscibile già in età adolescenziale. Gli esordi sul piccolo schermo coincidevano con una vita dimessa e condivisa: in quei primissimi anni milanesi dormiva in terra nel salotto di casa Biggio, un’esperienza di sacrificio e condivisione che ha cementato un sodalizio artistico e umano destinato a lasciare il segno nella storia della tv italiana. Nel 2008, insieme a Fabrizio Biggio, diede vita a “I Soliti Idioti”, il format comico che ne ha consacrato il successo di massa e che ha saputo intercettare, attraverso macchiette e personaggi diventati iconici, i tic e le ossessioni della società italiana contemporanea. Seppur il duo abbia conosciuto una lunga pausa durata circa un decennio, il ritorno sul palco insieme ha recentemente riconfermato la chimica inscindibile che lega i due artisti.
Dietro le quinte di una vita privata, tra moda, design e una piccola astronave
Mentre la carriera prendeva il largo tra set cinematografici (con presenze in pellicole come “Manuale d’amore” o “Generazione 1000 euro”) e conduzioni televisive, il versante privato di Mandelli trovava solidità e armonia nella relazione con Luisa Bertoldo. Incontri entrambi a una festa a Milano, dove lei si era trasferita per ragioni professionali, la scintilla è scoccata immediata e da quella sera i due non si sono più lasciati. Bertoldo, imprenditrice affermata nel settore della moda e del design, rappresenta per Mandelli un punto di riferimento tanto solido quanto discreto; laureata in pubbliche relazioni e titolare di un’agenzia di comunicazione, ha costruito una carriera importante nell’ambiente milanese senza mai cercare i riflettori che rischiarano il compagno. La coppia, che non ha mai ufficializzato il legame con un matrimonio formale, ha avuto una figlia nel 2015, Giovanna, la cui presenza ha profondamente influenzato anche la produzione artistica di Mandelli, tanto da ispirargli un romanzo dal titolo evocativo “Mia figlia è un’astronave”.
Il cinema come specchio, tra malinconia generazionale e bullismo
La parabola artistica di Mandelli, tuttavia, non si è arrestata alla soglia dei successi televisivi o alla conduzione di programmi come “Honolulu”; egli si è trasformato gradualmente in un regista capace di leggere il disagio sociale con uno sguardo che evita la retorica. Il suo primo film, “Bene ma non benissimo”, affronta il tema del bullismo restituendone la crudeltà «ad altezza ragazzo», senza filtri paternalistici o giudizi moralistici stantii. Più recentemente, con “Cena di classe” (commedia che ha riscosso un notevole favore di pubblico), Mandelli ha messo a nudo la malinconia silenziosa di chi, superati i trent’anni, si accorge che la propria vita non assomiglia per nulla ai sogni coltivati in gioventù. Il film, che trae spunto dall’omonimo brano dei Pinguini Tattici Nucleari, è nato da un’esperienza autobiografica dolorosa (la perdita di un compagno di classe) ed è stato trasformato in un’opera capace di far piangere e ridere con la stessa intensità. Una versatilità, quella dimostrata in cabina di regia, che prova come il «nongiovane» abbia saputo costruirsi una maturità artistica fatta di tessuto umano e osservazione acuta, lontana anni luce dalla semplice macchietta urlata degli esordi.




