Cena di classe, Mandelli: “Io, maschio omega tra alfa e nerd”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Francesco Mandelli, che molti ricordano per essere stato una delle facce più iconiche di Mtv prima che quel mondo cambiasse per sempre – e forse proprio per questo, per quella capacità di intercettare un’umorismo sottile ma dirompente –, porta al cinema dal 26 marzo Cena di classe. Non si tratta, come potrebbe suggerire il Titolo, del semplice adattamento di un successo musicale: la canzone dei Pinguini Tattici Nucleari gli fornisce la scintilla narrativa, quella di una generazione che si ritrova a fare i conti con il divario siderale tra le promesse dell’adolescenza e la realtà dell’età adulta. Mandelli, che ha diretto e interpretato il film insieme a un gruppo di attori in cui figurano Herbert Ballerina, Beatrice Arnera, Roberto Lipari e Andrea Pisani, costruisce una commedia corale dall’impronta agrodolce. Il meccanismo è classico ma efficace: un gruppo di ex compagni di liceo si riunisce per il funerale di uno di loro, a quasi vent’anni dal diploma, e in quella circostanza si riaccendono dinamiche sopite, vecchie gerarchie e rancori mai del tutto sopiti.

Maschi alfa, omega e la sfera dei nerd

Nel raccontare l’architettura sociale che reggeva i rapporti tra quei banchi di scuola, Mandelli utilizza una chiave di lettura precisa e senza ambiguità: “Io ero un pagliaccio, un giullare – spiega –, dico sempre che ero un maschio Omega”. Con questa definizione, che attinge a una terminologia cara agli studi sulla gerarchia nei gruppi, l’attore e regista traccia il perimetro della sua posizione in quel microcosmo. Non era un Alfa, eppure quella cerchia gli era accessibile grazie a un’intelligenza sociale fatta di leggerezza e capacità di far ridere, una sorta di lasciapassare che gli permetteva di muoversi in territori altrimenti preclusi. Contemporaneamente, frequentava anche “tutta la sfera nerd”, il versante dei bravi della classe, di quelli che magari non avevano il carisma del capobranco ma possedevano altre forme di capitale sociale e intellettuale. Questa dualità, questa capacità di essere “giocherellone” senza mai appartenere davvero a una delle due sponde, diventa la lente attraverso cui Mandelli guarda alla generazione dei millennial: una generazione che sta a metà, che non è mai stata pioniera né erede, e che in Italia – come sottolinea con amarezza – si ritrova a vivere in un paese “dove i ponti crollano”.

La generazione incompiuta e il rischio della nostalgia

C’è un filo rosso che lega il tono del film a una riflessione più ampia sul concetto di incompletezza. Mandelli definisce i millennial “romantici e incompiuti”, sottolineando come raccontarli richiedesse un certo distacco proprio per evitare di cadere nella trappola del compiacimento o del vittimismo. La nostalgia, avverte, è un sentimento pericoloso se impedisce di vivere nel presente. Un’affermazione che pesa come un macigno se calata nel contesto di una storia – quella del film – in cui il pretesto del funerale costringe i protagonisti a guardarsi indietro. L’operazione culturale che Mandelli mette in campo con Cena di classe non si limita però a fotografare i trentacinquenni di oggi; allarga lo sguardo fino a includere l’amarognola consapevolezza che ogni aspettativa, in fin dei conti, può essere delusa. Non si tratta di un manifesto generazionale fine a sé stesso, ma di un racconto che, partendo da una precisa coorte anagrafica, intercetta una condizione umana più universale: quella di chi a diciotto anni era convinto di poter cambiare il mondo e poi si è scontrato con la precarietà lavorativa, con una meritocracia più evocata che praticata, e con un presente che assomiglia poco ai sogni di un tempo.

Tra mtv e presente: una ricetta agrodolce

Quando gli viene chiesto di quel mondo di Mtv che lo ha lanciato, Mandelli non ha alcuna titubanza nel tracciarne un confine netto: “Quella che conoscevamo è morta nel 2008”. Una data, quella della crisi finanziaria globale, che segna simbolicamente anche la fine di un’epoca per il modo di fare televisione e di rivolgersi ai giovani. Oggi, riflette, gli adolescenti sono diventati “una ricerca di mercato”, lontani anni luce dalla spontaneità – per quanto studiata – di quegli anni. In questo scenario, il suo approccio alla recente esperienza in LOL 6, il programma che ha visto la partecipazione di molti comici, è stato dettato dal principio opposto: “Ho giocato per divertirmi”. Un’affermazione che conferma la cifra stilistica di Mandelli, sempre in bilico tra la consapevolezza del mestiere e la volontà di preservare quella componente ludica che, nel film, è incarnata proprio dalla figura del maschio Omega che si fa giullare per sopravvivere al branco.

Un film calato nella precarietà italiana

Al di là del debito dichiarato nei confronti di titoli come Una notte da leoni o Il grande Freddo, Cena di classe trova la sua cifra distintiva nella capacità di essere profondamente radicato nel presente italiano. La precarietà non è solo un dato economico, ma diventa una categoria esistenziale: i personaggi non sono solo disoccupati o sottoccupati, ma portano dentro di sé quella sensazione di essere arrivati tardi ovunque, di aver avuto le potenzialità strozzate da un contesto che non le ha sapute o volute coltivare. Mandelli sceglie di raccontare tutto questo senza mai scadere nella retorica, affidandosi a un registro che alterna la risata a un fondo costante di malinconia. La reunion al cimitero, il confronto con la morte di un compagno che forse rappresentava il simbolo di una strada non presa, diventa così lo specchio di una generazione intera. Una generazione che, come lui stesso dice, “sta a metà” e che, in questa messa in scena corale, trova finalmente qualcuno disposto a raccontarla con sincerità, senza giudizio e senza facili consolazioni.

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