Cena di classe, la rimpatriata che nessuno vorrebbe fare
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un’immagine, in quella canzone dei Pinguini Tattici Nucleari che molti hanno canticchiato senza forse immaginare dove li avrebbe portati, che sembra già un fermo immagine di un film: la chiave del bagno del professore di matematica, concessa a chi senza quel water non riusciva a far nulla, e il rischio concreto di restarci chiuso dentro, un incidente che stride con la retorica solenne dei “per sempre” che si consumano in un sabato sera. È da questo dettaglio, insieme intimo e grottesco, che prende forma Cena di classe, opera prima da regista per Francesco Mandelli – volto noto della comicità nazionale – che dal 26 marzo arriva nelle sale con Medusa Film, trascinandosi dietro un’idea nata quasi per caso tra amici.
Il progetto, spiega Mandelli, è venuto ad Andrea Pisani e Roberto Lipari, molto amici di Riccardo Zanotti, leader dei Pinguini Tattici Nucleari. Loro per primi hanno avvertito come in quel brano ci fosse già dentro una struttura narrativa, una sceneggiatura latente fatta di promesse adolescenziali, rimpianti e il peso di una vita adulta che raramente somiglia a quella immaginata dietro ai banchi di scuola. Da lì l’idea si è allargata, diventando un progetto corale – “come si faceva una volta” – che Mandelli ha accolto come il momento giusto per mettere in scena, finalmente, un tema che lo attraversa: la generazione dei Millennials, la nostalgia, la malinconia.
Diciassette anni dopo il diploma, gli ex compagni della 5D si ritrovano per il funerale di Pozzi, l’amico che durante il liceo li riprendeva mentre parlavano del futuro. Dopo la cerimonia, si ritrovano a cena; quella che inizia come una rimpatriata carica di imbarazzi e vino finisce per degenerare, complice una sostanza somministrata di nascosto che li spinge a entrare nella loro vecchia scuola. È lì, tra i banchi e i ricordi, che la notte prende una piega inaspettata: eccessi, giochi assurdi, un’esplosione di regressione infantile culminata in confessioni filmate accanto alla bara dell’amico. Al risveglio, la scuola è devastata, la bara è scomparsa e nessuno ricorda nulla, costringendo tutti a ricostruire quanto accaduto e a fare i conti con le verità emerse.
Millennials, una generazione ponte tra promesse e crolli
Mandelli descrive i Millennials – la generazione cresciuta tra la fine degli anni Ottanta e i primi Duemila – come una generazione “ponte”. Una definizione che lui stesso commenta con amarezza: “In questo Paese i ponti crollano”. Il regista osserva come siano stati i primi ad aver vissuto l’adolescenza secondo regole che, all’improvviso, hanno smesso di valere, con l’avvento della tecnologia che ha spazzato via i pilastri su cui erano cresciuti. L’immagine simbolica, per Mandelli, è MTV: loro sono cresciuti guardandola, per poi scoprire che potevano diventare loro stessi l’emittente, nell’era dello youtuber. Una rivoluzione che ha reso il loro momento di centralità duraturo appena un istante, schiacciati tra i Boomers e una Generazione Z già pronta a prendere il sopravvento.
Per restituire questa complessità, Mandelli ha riunito un cast che è già di per sé un manifesto di quel mondo. Nel film, oltre a Pisani e Lipari, ci sono Herbert Ballerina, Beatrice Arnera, Giovanni Esposito – nei panni del bidello Nando – Nicola Nocella, Giulia Vecchio, Annandrea Vitrano e Francesco Russo. Ognuno incarna un archetipo della classe: c’è chi sognava la musica ed è finito a fare l’impresario di pompe funebri, la coppia apparentemente idilliaca rimasta insieme, l’avvocatessa di successo con un privato tormentato, il “figlio di papà” imprevedibile, e chi si è lasciato andare dopo qualche sconfitta. Mandelli stesso, pur essendo il regista, si è concesso un ruolo minore – quello del defunto Pozzi – spinto da un dolore personale per la scomparsa di un suo ex compagno di classe.
L’adolescenza come atto d’amore
L’approccio alla materia, per Mandelli, non è quello del cineasta distaccato. Racconta di avere “grande tenerezza” nei confronti del ragazzo che era, e di come fare questo film gli abbia permesso di diventare una sorta di padre di quell’adolescente. Non si tratta di nostalgia fine a se stessa, ma di un tentativo di capire: perché aveva un rapporto difficile con suo padre, perché amava suonare in una band, perché certe emozioni adolescenziali – che lui definisce “la luce” dell’infanzia che incontra “l’oscurità” del diventare grandi – vanno curate, non negate.
E proprio perché queste emozioni sono transgenerazionali, Mandelli spera che il film non parli solo a chi ha frequentato il liceo negli anni Duemila. Lui stesso ricorda di aver amato da adolescente film che non parlavano di adolescenti, ma che riuscivano a sconvolgergli la vita. Oggi, forse, si tende a credere che per attirare il pubblico si debba mettere in scena uno specchio identico, ma l’ambizione di Cena di classe – che porta il sottoTitolo “la rimpatriata a cui nessuno vorrebbe essere invitato” – è più alta: far sì che dentro un’emozione specifica si possa riconoscere chiunque, anche chi quel banco di scuola non l’ha mai occupato.




