La baby gang e l’aggressione mortale: le immagini choc dell’omicidio di Bakary Sako a Taranto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’alba di sabato scorso, nella città vecchia di Taranto, ha restituito una sequenza di immagini che sembrano appartenere a una crudeltà priva di tempo eppure agghiacciantemente contemporanea. Bakary Sako, trentacinquenne originario del Mali e bracciante agricolo, è stato ucciso al culmine di un’aggressione di gruppo – una di quelle che, ormai, si definiscono con l’efficace e sinistra espressione “baby gang” – e un video, acquisito dagli inquirenti, ne ha fissato gli ultimi istanti di vita. Il giovane viene dapprima circondato, colpito con pugni e spintoni; tenta una fuga disperata, ma viene rincorso. Uno dei componenti del branco, un quindicenne, estrae un coltello che portava con sé e lo colpisce tre volte tra la zona toracica e addominale. Non c’è stata possibilità di scampo.

L’ultima sigaretta e la voce del gip: «più bestiale che umana»

Mentre Bakary Sako esalava l’ultimo respiro sul selciato di piazza Fontana, alcuni dei suoi aggressori non si sono allontanati. Anzi. Fabio Sale, ventenne ritenuto coautore dell’aggressione, si è sostato vicino al accendendo una sigaretta, conversando con gli amici come se niente fosse. «È viv ancor, ste buen?», gli avrebbero sentito dire – «È ancora vivo? Sta bene?» – con una disumanità che il giudice per le indagini preliminari Gabriele Antonaci, nel disporre le misure cautelari, ha definito senza mezzi termini «più bestiale che umana». Non un gesto di pietà, non una chiamata ai soccorsi: solo l’indifferenza di chi ha già rimosso la vittima dalla scena dei propri pensieri.

Gli insulti dopo le coltellate: «Stai bene infame, stai facendo la parte»

Dalle indagini condotte dalla Squadra mobile di Taranto emergono però dettagli ancora più raccapriccianti, che restituiscono la geometria mentale di quel branco. Dopo le tre coltellate – inferte con l’intenzione, è l’ipotesi accusatoria, di uccidere – alcuni dei giovanissimi aggredienti hanno insultato la vittima morente. «Ste face a parte, 'nfamò!», si sarebbero sentiti rivolgere a Bakary: «Stai facendo la parte, infame». Per loro, per quei cinque indagati tra maggiorenni e minorenni (due hanno già compiuto diciotto anni, gli altri hanno tra i 15 e i 17 anni), quell’uomo non stava morendo. Stava fingendo, recitava il dolore, “faceva la parte” del moribondo. È questa, forse, la cifra più atroce dell’intera vicenda: l’incapacità – o il rifiuto – di riconoscere l’umanità che sanguinava davanti ai loro occhi.

Le accuse e il quadro giudiziario: omicidio e una caccia notturna all’immigrato

La dinamica ricostruita dagli inquirenti parla di una “caccia notturna all’immigrato”, un branco scatenato che aveva eletto la violenza a proprio linguaggio. Stefano Massini, nel raccontare il linciaggio di Taranto, ha sottolineato come Bakary Sako fosse stato bracciante, un uomo che lavorava la terra, ucciso da ragazzini. L’inchiesta vede ora sei indagati per omicidio: due maggiorenni e quattro minorenni. Nessuno di loro, a quanto consta, ha mostrato segni di pentimento spontaneo. Il video – quello stesso girato forse da uno di loro, forse da un astante – ha fornito le prove decisive: i pugni, la fuga, i tre colpi di coltello, e infine quella sigaretta fumata accanto a un che ancora si spegneva. La Procusa, dal canto suo, mantiene il massimo riserbo sui successivi sviluppi custodiali, limitandosi a confermare che le misure cautelari sono state eseguite.

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