Il Giro delle Fiandre 2026, tra muri di pavé e il duello infinito tra Pogacar e van der Poel
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Redazione Sport
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C’è un paese, il Belgio, dove il ciclismo smette di essere un semplice sport per trasformarsi in un rito laico, una liturgia di fatica e polvere che si celebra ogni primavera. È in questo contesto, carico di una devozione quasi mistica, che prende forma la 110ª edizione del Giro delle Fiandre, la “Ronde van Vlaanderen”, in programma domenica 5 aprile, giorno di Pasqua. La corsa, che scatterà da Anversa per concludersi dopo 278 chilometri – sebbene alcune fonti indichino una distanza di 271 km – a Oudenaarde, mette subito in chiaro una verità ineludibile: chi vuole scrivere il proprio nome nell’albo d’oro accanto a leggende come Boonen, Cancellara o Museeuw, deve prima imparare a domare i muri. Queste brevi, ma terribili, ascese in pavé sono il vero crisma della corsa, e tra questi spiccano tre nomi che funzionano come autentici giudici implacabili: l’Oude Kwaremont, il Paterberg e il temutissimo Koppenberg.
Un percorso cesellato sulla durezza, tra leggenda e novità
Il tracciato del 2026, presentato ufficialmente nei mesi scorsi, non tradisce la sua fama di macina gambe, pur introducendo alcune modifiche rispetto al passato. Dopo il via dalla città delle fiandre, i corridori affronteranno un primo settore di gara relativamente tranquillo, utile per prendere confidenza con il fondo, prima di imbattersi nei tratti in acciottolato di Lippenhovestraat e Paddestraat, che quest’anno sostituiscono il settore di Doorn. Il vero momento della verità, però, arriva quando la corsa si inoltra nelle Ardenne fiamminghe, dove si concentrano sedici muri. Se l’Oude Kwaremont, lungo 2.200 metri con pendenze che toccano l’11%, verrà scalato per ben tre volte, a fare da spartiacque sarà il Paterberg: appena 360 metri, ma con una pendenza media del 12,9% e punte superiori al 20%. Un errore in quel frangente, un attacco sbagliato o una crisi improvvisa, e ogni ambizione di gloria svanisce nel giro di pochi secondi.
A rendere il quadro ancora più complesso, gli organizzatori hanno inserito uno strappo inedito come la Marlboroughstraat, una novità di percorso che anticipa di poco il Berendries e che potrebbe rivelarsi un’insidia tattica non indifferente. Il gran finale, quello che lascia il segno e che solitamente decide le sorti della corsa, è un concentrato di brutalità: dopo il Koppenberg, la cui ascesa è spesso più simile a una scalata che a una pedalata, i big si giocheranno tutto sul Taaienberg e sul ritorno conclusivo sull’accoppiata Oude Kwaremont-Paterberg, l’ultima delle quali sorge a soli 13 chilometri dal traguardo di Oudenaarde. È una frazione di gara, quest’ultima, in cui la tatlasfida lascia spazio alla pura potenza: o sei capace di fare il vuoto, o ti giochi tutto in una volata ristretta.
Pogacar e van der Poel, la sfida dentro la sfida
Se il percorso fa da sfondo, sono i protagonisti a scrivere la sceneggiatura. Da una parte c’è Mathieu van der Poel, l’olandese volante che si presenta al via di questa 110ª edizione con un obiettivo chiaro e storico: il poker. Dopo i successi del 2020, 2022 e 2024, una vittoria lo lancerebbe da solo al vertice dei vincitori più titolati di sempre, staccando il trio di campioni con cui attualmente condivide il primato. Per lui, che ha nel Fiandre il suo giardino di casa, non esiste copione più affascinante che tagliare il traguardo per primo in solitaria, magari dopo aver spezzato le gambe a tutti sugli strappi che conosce a memoria.
Dall’altra parte, però, c’è l’incarnazione stessa del ciclismo moderno: Tadej Pogacar. Lo sloveno, fresco di una doppietta Strade Bianche-Sanremo che ha già infiammato la stagione, è l’uomo che ha vinto la Ronde nel 2023 e nel 2025, e che ora punta dritto alla tripletta per eguagliare un ulteriore drappello di fuoriclasse. Il suo stile, fatto di attacchi da lontano e cambi di ritmo brutali sui muri più ripidi, si sposa perfettamente con un tracciato che premia la resistenza oltre alla semplice esplosività. Il duello tra i due, che ha già infiammato le recenti edizioni – con l’olandese che ha spesso avuto la meglio nello sprint a due, ma con lo sloveno capace di fare il vuoto come nell’ultima edizione – è il motore narrativo di questa classica, una contrapposizione di stili e caratteri che rende la corsa imprevedibile.
I pretendenti e il contorno di una settimana sacra
Tuttavia, ridurre la Ronde a un semplice testa a testa sarebbe un errore di prospettiva. Nelle pieghe di questo duello titanico, outsider di lusso come Wout van Aert, sempre a caccia del suo primo successo in questa monumento, o Mads Pedersen, che dispone di una potenza bruciante sui pavé, attendono solo un attimo di esitazione dei due favoriti per inserirsi. La startlist, del resto, è un parterre de roi che include nomi del calibro di Jasper Philipsen, Matteo Trentin e Alberto Bettiol, tutti pronti a giocarsi le loro carte nel caos controllato delle strade strette fiancheggiate da decine di migliaia di appassionati.
Non va dimenticato, infine, il contesto in cui questa edizione va in scena. Il Giro delle Fiandre rappresenta il primo atto di quella che viene definita la “settimana santa del ciclismo”, il clou delle classiche del pavé che troverà il suo apice sette giorni più tardi con la Parigi-Roubaix. È un filo conduttore che lega tradizione e modernità, dove ogni dettaglio – dalla scelta del rapporto del cambio alla posizione in gruppo prima di un settore chiave – può trasformare un campione in un gregario. La copertura televisiva, affidata in esclusiva a piattaforme come Eurosport, Discovery+ e HBO Max, garantirà le immagini di questa battaglia, anche se quest’anno non è prevista la diretta in chiaro per il pubblico italiano. Una scelta che sposta l’asse della visione, ma che non sminuisce l’importanza di un evento che, nelle Fiandre, resta il giorno più atteso dell’anno.




