L‘Avana stretta nella morsa del petrolio, il turismo fugge e l’aragosta finisce nel piatto di pochi
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Redazione Esteri
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“Siete riusciti a trovare da mangiare?”. Il messaggio che arriva su WhatsApp, in un ristorante dell’Avana vecchia, mentre davanti a un piatto fumante di aragosta contornata da riso e fagioli neri qualcuno sta per mangiare, fotografa meglio di qualsiasi analisi il paradosso cubano. Da una parte, la sopravvivenza quotidiana di chi, non senza difficoltà, cerca ancora un pasto caldo; dall’altra, l’immagine di un’isola che affonda in una crisi energetica senza precedenti, aggravata dalla mossa a sorpresa di Donald Trump. Il 29 gennaio, il presidente americano ha firmato un ordine esecutivo che minaccia dazi pesanti verso quei paesi, dal Messico al Venezuela, che osano rifornire di petrolio l’isola. Una stretta che ha il sapore di un embargo secondario, e che sta già producendo i suoi effetti più devastanti -4.
Qui, all’Avana, la giornata non inizia più con il rumore del traffico o il viavai dei turisti sul Malecón, ma con l’odore acre e soffocante della spazzatura che brucia agli angoli delle strade. Le auto sono ormai un miraggio, e la gente cammina in un silenzio irreale, come se la città fosse sospesa in un’attesa che sa di rassegnazione. La mancanza di benzina, di fatto, ha paralizzato non solo i trasporti ma l’intero tessuto urbano, costringendo la maggior parte dei cubani a inventarsi ogni giorno un espediente per sopravvivere. Il governo, dal canto suo, ha dovuto correre ai ripari con misure di emergenza che raccontano la gravità della situazione: la settimana lavorativa per i dipendenti pubblici è stata ridotta a quattro giorni, le lezioni nelle scuole sono state accorciate e le università hanno limitato la frequenza obbligatoria, nel disperato tentativo di razionare quel poco carburante che resta per garantire servizi essenziali come l’assistenza sanitaria e la produzione di energia elettrica -1.
Un blackout che divide il paese, luci accese solo nella capitale
E proprio l’energia elettrica è il termometro più crudele di questo collasso. Le immagini satellitari, incrociate con i dati diffusi dall’Unión Eléctrica, disegnano una geografia della sopravvivenza a due velocità. Se all’Avana, cuore pulsante del potere politico e sede delle principali installazioni militari, le luci reggono ancora – complice una maggior diffusione di pannelli solari e batterie di accumulo tra chi può permetterseli – nel resto dell’isola il buio è sempre più fitto -7. Nelle province orientali, a Santiago di Cuba e a Holguín, l’emissione luminosa notturna è crollata fino al cinquanta per cento. Intere aree urbane piombano nell’oscurità per ore e ore, con blackout che, secondo le testimonianze dei residenti, possono durare anche dieci o undici ore consecutive, interrotte a malapena da mezz’ora di corrente, in un ciclo estenuante che rende impossibile qualsiasi routine domestica o lavorativa -3-7. La situazione è tale che un guasto alla sottostazione di Holguín, nei primi giorni di febbraio, ha lasciato al buio centinaia di migliaia di persone in quattro province, compresa l’intera area di Santiago, dimostrando la fragilità di una rete elettrica ormai al collasso -2-10.
Il turismo, motore dell’economia, si ferma per mancanza di carburante
Se la vita dei cubani diventa ogni giorno più difficile, il settore che per decenni ha rappresentato la principale fonte di valuta pregiata per il paese, il turismo, sta ricevendo quello che molti operatori del settore definiscono un colpo di grazia. Lo scenario è paradossale: le strutture ricettive, soprattutto quelle statali, cercano in tutti i modi di mantenere un’apparenza di normalità, offrendo piatti di aragosta – un lusso che qui, un tempo, costava poco – a quei pochi turisti coraggiosi o ignari che ancora girano per L’Avana vecchia. Ma la realtà fuori dai ristoranti è ben diversa. Con le riserve di carburante agli aeroporti ridotte all’osso, le compagnie aeree hanno iniziato a sospendere i voli. Un avviso ufficiale (NOTAM) dell’aeroporto José Martí ha lanciato l’allarme sulla carenza critica di jet fuel, innescando una reazione a catena: i vettori canadesi, che rappresentano una fetta importantissima del mercato turistico dell’isola, hanno dovuto organizzare voli di rimpatrio e sospendere le tratte, seguite a ruota da alcune compagnie russe -3-5. Gli hotel, specialmente quelli nelle località balneari, si svuotano, o peggio, vengono chiusi temporaneamente per “compattare” l’offerta, in una misura che sa più di resa che di riorganizzazione aziendale -5. Le strade dell’Avana, un tempo brulicanti di vita e di curiosi, restituiscono l’immagine di una città fantasma, dove “tutto sembra morto”, come commentano alcuni residenti. E in questo deserto, anche le rimesse degli emigrati, che arrivavano soprattutto attraverso i viaggiatori, rischiano di prosciugarsi, togliendo all’isola un’altra ancora di salvezza -5.
La vita di tutti i giorni, tra espedienti e rassegnazione
Senza benzina, senza corrente e con il turismo in ginocchio, l’economia cubana si regge su espedienti. La maggior parte delle persone, come Isben Peralta, un piccolo imprenditore di Ciego De Avila intervistato da una testata canadese, cerca di tirare avanti con attività minime: la sua pizzeria artigianale funziona solo poche ore al giorno, quando arriva la corrente, ma almeno gli permette di mangiare, un lusso che molti altri non possono permettersi -3. Lo stipendio medio non basta più, e il mercato nero del dollaro galoppa: il peso cubano si è svalutato in modo impressionante, viaggiando verso le cinquecento unità per un dollaro, un abisso rispetto al cambio ufficiale -9. La gente aspetta, si arrangia, cerca di capire come arrivare a fine mese mentre i servizi essenziali vengono garantiti a singhiozzo. Il governo, nelle comunicazioni ufficiali, parla di “guerra di tutto il popolo” e accusa Washington di voler “strozzare” l’economia, promettendo piani per incrementare le fonti rinnovabili e la produzione locale di cibo, ma la sensazione nelle strade è quella di una resistenza quotidiana, lontana dalla retorica -6. Il futuro, per ora, è solo un’incognita che si misura nell’arco di poche ore, quelle che separano un blackout dall’altro.




