L’Avana nell’oscurità, il turismo in fuga: l’asfissia petrolifera di Trump mette in ginocchio l’isola

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notifica di WhatsApp arriva mentre sul tavolo di un ristorante dell’Avana vecchia, accanto a un piatto di aragosta servita con la solita guarnizione di riso, fagioli neri e banane fritte, il telefono vibra: «Siete riusciti a trovare da mangiare?». È una domanda che, in questo scorcio di inizio 2026, suona quasi beffarda per chi osserva la lenta agonia di un’economia, quella cubana, messa in ginocchio da una crisi energetica senza precedenti. La scintilla, se così si può chiamare, è scoccata il 29 gennaio, quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato un ordine esecutivo volto a imporre dazi punitivi a qualunque nazione osi rifornire di petrolio l’isola, un provvedimento che ha di fatto esteso il blocco navale già in atto nel Golfo del Messico, dove le navi da guerra statunitensi hanno impedito l’attracco alle petroliere provenienti dal Venezuela, storico alleato di L’Avana la cui leadership è stata decapitata a inizio gennaio con la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali americane -1-3. Il cerchio, insomma, si stringe in modo asfissiante, e la morsa è studiata per lasciare senza ossigeno un regime che, come sostiene da tempo l’ex ambasciatore Domenico Vecchioni, appare ormai in una fase di agonia, cercando di forzare una transizione politica che scongiuri interventi più drastici caldeggiati dall’ala più oltranzista del partito repubblicano, quella rappresentata dal segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli cubani.

L’economia del lumicino e i ristoranti vuoti

Camminare oggi per il Malecón, il lungomare simbolo dell’Avana, significa farlo in un silenzio surreale, rotto solo dal tanfo dei rifiuti che bruciano lungo le strade perché manca il combustibile per i camion della nettezza urbana e l’elettricità, razionata in modo drammatico, costringe a vivere di espedienti. L’intero sistema produttivo dell’isola, che già arrancava tra inflazione galoppante e penuria di beni di prima necessità, sta ricevendo quello che molti definiscono il colpo di grazia, ovvero l’azzeramento del flusso turistico. Con le principali compagnie aeree canadesi, russe ed europee che hanno sospeso i voli per mancanza di carburante per i jet o che hanno inviato velivoli vuoti per recuperare i viaggiatori rimasti a terra, gli alberghi – si parla di almeno trenta strutture ricettive, comprese alcune delle più note catene internazionali come Meliá – hanno iniziato a chiudere i battenti o a compattare gli ospiti in pochi edifici operativi per razionalizzare le risorse. Il turismo, che rappresentava la seconda fonte di valuta pregiata dopo l’esportazione di medici, è il settore che impiega oltre trecentomila cubani, ed è esattamente il motore che ora s’è inceppato: chi vive di affitti, chi guidava i vecchi “almendrones” americani, i taxisti collettivi, i ristoratori, tutti raccontano la stessa storia di prenotazioni cancellate in blocco e di un futuro che appare più che mai incerto.

La ragnatela dei dazi e il silenzio di Mosca

La strategia della Casa Bianca appare chiara nella sua brutalità: colpire i flussi energetici provenienti dall’estero per strangolare l’economia locale. Oltre al blocco navale che ha fermato le forniture venezuelane, che coprivano una fetta consistente del fabbisogno energetico cubano, l’amministrazione Trump ha minacciato ritorsioni commerciali anche verso il Messico, dissuadendolo dal proseguire le esportazioni di greggio verso l’isola. In questo quadro, l’annunciato sostegno russo, con un pacchetto di aiuti finanziari e qualche fornitura, appare per molti analisti più un palliativo simbolico che una soluzione strutturale, dato che Mosca sembra avere oggi poco margine di manovra in uno scacchiere dove Washington preme senza esclusione di colpi. Nel frattempo, il governo di Miguel Díaz-Canel ha dovuto varare misure di emergenza che ricordano i tempi bui del “periodo speciale” degli anni Novanta: la settimana lavorativa è stata ridotta a quattro giorni, le scuole hanno orari ridotti e la vendita di benzina è razionata e contingentata, spesso accessibile solo a chi può pagare in dollari, con il mercato nero che ha visto il prezzo del carburante schizzare a livelli proibitivi.

La vita quotidiana tra blackout e code

La cronaca racconta di un popolo, quello cubano, abituato da decenni a far di necessità virtù, ma che ora si trova a dover fare i conti con una quotidianità fatta di attese interminabili e di scelte dolorose. Nelle province orientali, come Santiago e Holguín, le immagini satellitari mostrano un calo drastico dell’illuminazione notturna, segno che i blackout, talvolta della durata di venti ore al giorno, hanno inghiottito intere città, lasciando accesa solo la parte più centrale e “politica” dell’Avana. La gente, come emerge dai racconti che giungono dall’isola, si ingegna: si cucina con la legna, si recupera la pioggia in barili, si cerca di ricaricare alla meno peggio telefoni e batterie nei rari momenti in cui la corrente torna. Ma c’è anche chi, come i proprietari di piccole attività private o i semplici pensionati, si trova a non sapere come affrontare l’indomani, con il potere d’acquisto dei loro salari polverizzato e la consapevolezza che, senza turisti e senza benzina, l’intero meccanismo di sussistenza di milioni di famiglie rischia di fermarsi. Quella che si sta consumando, giorno dopo giorno, è la fotografia di un Paese costretto all’immobilismo, con gli aerei fermi sulle piste, le auto d’epoca parcheggiate e i ristoranti della vecchia Avana che servono aragoste a pochi clienti, chiedendosi quanto potrà ancora durare.

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