«Milano Cortina 2026, il quarto giorno: il business dei biglietti, le Dolomiti blindate e la filosofia di Mollino»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   Corre il quarto giorno dei Giochi invernali, e il迫o dell’organizzazione — quella macchina complessa che doveva raccontare l’Italia al mondo — inizia a mostrare senza infingimenti il doppio binario sul quale viaggia l’evento. Da un lato le passerelle, l’eleganza curata fin nei minimi dettagli, l’archivio storico che si fa esposizione; dall’altro i territori, quelli veri, che il grande circo olimpico non solo occupa ma, di fatto, congela.

A Milano, nelle sale della Triennale, è stata inaugurata Casa Italia. Il curatore, o meglio la curatrice del progetto decennale, ha parlato di stupore per l’affluenza di pubblico, e certo l’idea di portare Pierre de Coubertin dentro un museo di design — fondere l’atleta e l’artista nella stessa marcia — ha il suo fascino intellettuale -4. In mostra ci sono i cimeli del passato, il bob di Eugenio Monti, la fiaccola del 1956, le medaglie di Roma 1960; un tuffo nella memoria che dovrebbe legare la gloria ieri all’eredità di domani. E proprio mentre si celebrava quel passato, a pochi chilometri di distanza, un’altra esposizione fotografica — «La strada per Cortina» — raccontava, attraverso gli scatti dell’archivio Publifoto, quanto fosse diverso il racconto dei Giochi settant’anni fa: allora si parlava di atmosfera, spirito, persino della fatica di essere l’unica giornalista italiana in un mondo di uomini -5.

Ma lo spirito, si sa, è parametro difficilmente capitalizzabile. Quello che si capitalizza, invece, è il presente. E il presente ha il prezzo scritto in chiaro sul tagliando. Il ventaglio di costi per assistere alle competizioni è ormai pubblico e fotografa una forbice sociale netta: si passa dai trenta euro dell’hockey femminile, quello giocato nei palazzetti meno ambìti, ai millequattrocento dell’oro maschile; dalla cerimonia d’apertura a 260 euro — posti in piedi, probabilmente — fino ai duemila e passa per chi vuole sedersi comodo e, dulcis in fundo, i quasi tremila euro per il saluto finale del 22 marzo -1-9. Il ministro dello Sport, interpellato, ha liquidato le polemiche sostenendo che si guarda solo il prezzo più alto della forbice e che le Olimpiadi, in fondo, costano come una partita di calcio. Peccato che, per chi quei biglietti li acquista, il big match sia uno ogni domenica, mentre le Olimpiadi capitano una volta ogni vent’anni; e il paragone regge fino a un certo punto, soprattutto quando per una coppia che voglia fare un weekend completo, tra hotel e ristoranti, la cifra possa tranquillamente lievitare oltre gli undicimila euro -9.

Se Milano gioca la carta del lusso e del glamour — e l’albergo De la Poste, in Ampezzo, ne è la cattedrale laica — le montagne, dal canto loro, si blindano. Non è solo questione di viabilità e cantieri, che pure hanno messo in ginocchio la Statale 51 di Alemagna e trasformato i paesi del Cadore in un colabrodo di polemiche -10. È qualcosa di più strutturale, una sorta di rigetto preventivo. Perché il turismo olimpico non è il turismo di sempre. Non è quello della famiglia che arriva in estate per camminare o del vecchio sciatore che ripete le stesse piste da quarant’anni. È un turismo bulimico, inseguito dai flash degli smartphone, che trasforma un lago alpino in un set e un passo dolomitico in un ingorgo. Così, in Val Gardena come a Cortina, si corre ai ripari con ordinanze che sembrano scritte più per dissuadere che per accogliere: limiti agli accessi, parcheggi contingentati, persino zone di divieto per i selfie. La capienza degli impianti di risalita viene ridotta, le multe fioccano, e l’idea di dover prenotare con settimane di anticipo la vista su un tramonto sta diventando la norma -2.

L’eredità dei Giochi, si dice, sarà il rilancio del territorio. Lo sperano i sindaci del Bellunese, quelli che la luce riflessa di Cortina non l’hanno mai vista e che ora si ritrovano i centri storici svuotati dai contratti d’affitto trasformati in locazioni turistiche, con gli inquilini mandati via per far posto agli ospiti della domenica -10. Qualcuno, come l’amministratrice di Pieve di Cadore, ha fatto autocritica, ammettendo di aver spinto per l’evento e ora di dover fare i conti con il disagio della propria gente. Altri ricordano i nonni sindaci del 1956, quando l’«industria del forestiero» era ancora una scommessa e non l’unica partita in città.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.