Cortina, i fratelli Cobianchi e l'assedio alla Perla delle Dolomiti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La “Perla delle Dolomiti”, che pure non è poi così distante dall'immaginario collettivo plasmato dai cinepanettoni degli anni Ottanta, doveva diventare il terreno di un'operazione di conquista assai più spregiudicata di quelle che vedevano protagoniste le famiglie della Milano bene. Leopoldo e Alvise Cobianchi, infatti, hanno impresso una svolta violenta a quel modello, tentando di imporre con la forza il proprio controllo su alcuni tra i locali più in vista di Cortina d'Ampezzo, dallo storico chalet Tofane alla discoteca Blu, in una strategia di infiltrazione che, partita dalla gestione della droga, mirava ad approdare ai lucrosi appalti legati alle imminenti Olimpiadi invernali.

Le minacce e il giro della droga

Le prime avvisaglie di questa campagna di intimidazioni, che le indagini collocano tra il novembre del 2021 e il febbraio del 2022, si materializzarono con un episodio di cruda violenza. Un pusher, fatto salire a forza in un'auto, si sentì tuonare dai due fratelli, che lo minacciavano con una pistola, la frase «A Cortina comandiamo noi». L'uomo, come poi avrebbe riferito ai carabinieri, fu esplicitamente invitato a non prendere iniziative autonome per la vendita di stupefacenti nella località, «in quanto zona loro», un monito che delinea con chiarezza le mire di un arrembaggio finalizzato a gestire in esclusiva il mercato della cocaina nei luoghi del divertimento più esclusivo.

Le mire sugli appalti olimpici e l'incontro con l'assessore

Dopo aver tentato di consolidare il proprio potere nell'ombra del narcotraffico, i Cobianchi, riconoscibili per i loro corpi massicci e i capelli rasati, oltre che per la fede laziale ostentata attraverso i tatuaggi, provarono a compiere il salto di qualità. Avevano fiutato, nelle grandi opere connesse ai Giochi olimpici, l'occasione per transitare verso affari di più ampio respiro e di diversa natura, abbandonando in parte i metodi della piazza di spaccio per avvicinarsi a quelli dei cosiddetti colletti bianchi. È in questo contesto che si inserisce l'incontro, della durata di una ventina di minuti, con l'assessore comunale Stefano Ghezze, al quale, secondo quanto emerge, venne chiesto in modo diretto e poco cerimonioso di ottenere favori, sottintendendo la possibilità di conseguenti «problemi» in caso di un rifiuto.

Il tramite: il racconto di Alec Manaigo

A fare da ponte tra i due mondi, quello della mala romana e quello delle istituzioni locali, fu un giovane di trent'anni, Alec Manaigo, che all'epoca si occupava della gestione della discoteca Belvedere. Fu proprio lui, come ha ammesso, a presentare i Cobianchi all'assessore Ghezze, un gesto che oggi definisce frutto di ingenuità. Il suo racconto inizia con l'avvicinamento dei due fratelli, i quali, interessati ai locali da lui gestiti, gli chiesero prima un contatto con il proprietario del Belvedere e poi, in un secondo momento, se disponesse di conoscenze nell'ambito della politica del posto, aprendo così la strada a un contatto che sarebbe divenuto oggetto delle successive indagini.

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