Avvelenate dalla ricina, il padre e la figlia lasciano Pietracatella: “Ora penso solo alla maturità di Alice”
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Redazione Interno
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L’ombra della ricina non si è ancora dissolta sulle case di Pietracatella, il piccolo centro molisano dove, alla vigilia di Natale, una madre e una figlia hanno trovato la morte dopo aver ingerito la tossina estratta dai semi di ricino -1; eppure, in assenza di un colpevole certo, è il dolore di chi è sopravvissuto a imporre un nuovo strappo nel tessuto quotidiano del paese. Gianni Di Vita, ex primo cittadino nonché marito e padre delle due vittime, Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, ha deciso di allontanarsi definitivamente da quel luogo, portando con sé l’unica figlia che gli è rimasta, la giovane Alice, per proteggerla da una pressione mediatica divenuta, a suo dire, asfissiante.
A rivelare i motivi di questa fuga silenziosa è stato l’avvocato Vittorino Facciolla, legale della famiglia, il quale ha spiegato come la ragazza, che ha appena diciannove anni, sia esausta: vive infatti nell’occhio del ciclone da mesi, in bilico tra l’elaborazione di un lutto indicibile e l’imminente appuntamento con l’esame di maturità classica, un ostacolo psicologico quasi insormontabile per chi ha perso la sorella minore in circostanze tanto atroci. Dopo un periodo trascorso nella casa di una cugina, Laura, i due hanno fatto le valigie, scegliendo di trasferirsi lontano dal paese e da quella che ormai è diventata una gabbia di sguardi e telecamere, nella speranza di ritrovare un filo di normalità prima delle prove scritte.
Il cerchio si stringe su cinque persone e il movente riemerge tra le mura domestiche
Mentre la famiglia cerca di ricostruire un’esistenza lontano da Pietracatella, il fronte giudiziario sembra aver imboccato una strada decisamente più definita: gli inquirenti, dopo aver ascoltato più di cento testimoni e scandagliato le relazioni più intime delle vittime, sostengono di aver finalmente individuato il movente del duplice omicidio. Non si conoscono ancora i dettagli di questa svolta, che la procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, custodisce gelosamente, ma è chiaro che le indagini si concentrano ormai su un ristretto numero di indiziati, tra i quattro e i cinque soggetti, tutti riconducibili alla cerchia familiare.
Tra questi, figura anche Laura Di Vita, la cugina che aveva ospitato Gianni e Alice nei mesi successivi alla tragedia e che, proprio per questo, è stata sottoposta a diversi e serrati interrogatori; secondo quanto trapela, le sue versioni sui fatti accaduti durante le festività natalizie presenterebbero incongruenze con quelle rese da altri parenti, un dettaglio che ha spinto la squadra mobile di Campobasso a non escludere nessuno. A pesare nel calderone delle prove, non ci sono solo le dichiarazioni, ma anche il materiale informatico sequestrato nella casa di via Risorgimento: telefoni, tablet e, soprattutto, i router wi-fi domestici, la cui analisi potrebbe rivelare quali dispositivi si siano collegati alla rete nelle ore decisive in cui il veleno è stato probabilmente somministrato.
Le parole di Gianni Di Vita e il valore universale della “pietas” di De André
In mezzo a questo intrico di silenzi e sospetti, la voce di Gianni Di Vita emerge con la forza di chi ha perso tutto ma rifiuta l’odio. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche, prima dell’allontanamento, l’uomo aveva inaugurato un belvedere dedicato a Fabrizio De André, il cantautore genovese i cui versi hanno spesso raccontato il dolore e il riscatto degli ultimi. “Cosa mi auguro? Che resti il messaggio”, aveva dichiarato, sottolineando come le canzoni di De André parlino di valori universali, l’impegno sociale e la “pietas”, cioè quella capacità di perdonare che lui stesso, nonostante tutto, sembra voler cercare nel profondo.
È un richiamo nostalgico quello che l’ex sindaco rivolge alla sua comunità e che, fatalmente, stride con la ferocia dell’atto criminoso che ha strappato alla vita sua moglie e sua figlia quindicenne; un contrasto che rende ancora più surreale l’attesa degli investigatori, i quali, forti degli esami tossicologici che hanno escluso altre cause e confermato la presenza della ricina, attendono solo l’anello mancante per chiudere il cerchio. Nel frattempo, l’unica certezza è il trasferimento di Alice e suo padre, un tentativo estremo di mettere distanza fisica tra una ragazza che deve diventare maggiorenne in mezzo alle macerie della sua famiglia e un passato recente che sa ancora di veleno.




