L'attacco alla base di Erbil, le parole di Meloni e lo scontro in Aula con Fratoianni sulla condanna dell'operazione militare di Trump

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La premier Giorgia Meloni ha rotto il silenzio nella tarda serata di ieri, pubblicando un messaggio sul proprio profilo X per esprimere vicinanza ai militari italiani impegnati nella base di Erbil, in Iraqi Kurdistan, finita nel mirino di un attacco nelle ore precedenti. Un missile, secondo le prime ricostruzioni fornite dallo Stato Maggiore della Difesa e confermate dal ministro Guido Crosetto, ha colpito la struttura senza purtroppo causare vittime o feriti tra i nostri connazionali, i quali, come specificato dallo stesso titolare del dicastero, si trovavano al riparo nei bunker. La presidente del Consiglio, che ha dichiarato di mantenere un canale aperto e costante con i ministri Crosetto e Antonio Tajani per monitorare l'evolversi di una situazione che resta fluida e complessa, ha voluto sottolineare con orgoglio il coraggio e la professionalità delle nostre truppe, donne e uomini che ogni giorno operano per la pace e la sicurezza nei teatri di crisi internazionali.

Mentre il governo italiano valuta la dinamica di quanto accaduto a Erbil, con i funzionari che non hanno ancora rivendicato con certezza la paternità dell'azione militare e con alcune fonti che, come riportato da Reuters, ipotizzano si sia potuto trattare di un drone finito accidentalmente fuori rotta piuttosto che di un bersaglio intenzionale, le tensioni in Medio Oriente restano elevatissime. L'attacco alla base italiana si inserisce in un quadro regionale incandescente, inaugurato dall'offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele del 28 febbraio contro l'Iran, un'operazione che ha ridefinito gli equilibri e aperto una fase bellica dalle conseguenze ancora tutte da decifrare. A complicare ulteriormente lo scenario, si aggiungono le notizie provenienti dal sud dell'Iran, dove almeno 175 persone, in gran parte studentesse, hanno perso la vita in un raid che ha colpito una scuola a Minab: un massacro per il quale, dopo iniziali smentite, l'esercito americano è stato costretto ad ammettere la propria responsabilità, ammissione che ha scatenato l'ira del senatore Bernie Sanders, il quale ha duramente attaccato l'amministrazione Trump per aver mentito all'opinione pubblica.

L'opposizione incalza la premier: "Da che parte sta l'Italia?"

È in questo clima di guerra conclamata che si è inserito il vivace confronto parlamentare di ieri alla Camera, durante le comunicazioni della premier in vista del prossimo Consiglio Europeo. Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, ha utilizzato i minuti a disposizione per rivolgere alla presidente del Consiglio una domanda secca e diretta, che in fondo sintetizza il nodo politico del momento: "Condanna o no l'attacco illegale di Trump e Netanyahu all'Iran?". Un interrogativo, il suo, che non ha trovato una risposta esplicita nell'intervento della Meloni, e che il deputato di Avs ha reiterato con forza, ricordando come non sia sufficiente, a suo giudizio, limitarsi a "prendere atto" degli eventi bellici. Il riferimento del leader di Sinistra Italiana è andato alla coerenza di una certa ambiguità di fondo: "Non ha detto niente, come non lo disse quando gli Stati Uniti uccisero Soleimani". La critica di Fratoianni ha toccato anche la costruzione retorica del discorso della premier, definita una "dichiarazione vuota" che, al netto dell'aplomb istituzionale e degli appelli all'unità, non chiarirebbe da quale parte della storia il nostro Paese intenda schierarsi, a differenza di quanto fatto, per esempio, dal premier spagnolo Sanchez.

Il fuoco incrociato delle opposizioni si è concentrato proprio su quello che viene percepito come un silenzio colpevole riguardo alle azioni militari condotte dagli alleati americani e israeliani. Se da un lato, infatti, il governo esprime solidarietà e sostegno ai propri militari, colpiti in un contesto di escalation, dall'altro, nelle parole dei suoi critici, manca una presa di posizione netta sulla legittimità di un'iniziativa bellica che ha infiammato un'intera regione e che rischia di avere ripercussioni globali. La domanda posta da Fratoianni, al di là della dialettica politica, fotografa l'impasse di un esecutivo chiamato a destreggiarsi tra la fedeltà atlantica, la necessità di proteggere i propri contingenti e l'esigenza di non apparire subalterno a scelte che potrebbero minare il diritto internazionale, un diritto che la stessa Meloni, nel suo intervento al Senato di pochi giorni fa, aveva invocato a proposito della situazione in Libano e del ruolo italiano in quella delicata area.

Il nodo dei centri in Albania e il monitoraggio europeo

Nel suo intervento in Parlamento, la presidente del Consiglio aveva cercato di allargare il raggio delle comunicazioni, toccando anche altri temi caldi all'ordine del giorno del Consiglio Ue, tra cui la gestione dei flussi migratori e, più specificamente, il funzionamento dei centri italiani in Albania. Meloni ha rivendicato con forza la piena legittimità del protocollo con Tirana, sottolineando come lo stesso diritto europeo riconosca al governo italiano la facoltà di far operare le strutture di Gjader, in perfetta aderenza con le normative internazionali. Tuttavia, la realtà dei fatti, come emerge dal monitoraggio costante delle istituzioni europee, appare più sfumata e complessa di quanto la narrazione governativa lasci intendere. Un portavoce della Commissione Europea, interpellato sull'argomento lo scorso 27 febbraio, ha infatti confermato che Bruxelles sta seguendo con attenzione l'attuazione del protocollo, rimanendo in costante contatto con le autorità italiane per verificarne la conformità con le direttive dell'Unione.

Le critiche al modello Albania, del resto, non provengono solo dagli scranni dell'opposizione, ma anche da osservatori indipendenti e associazioni che hanno avuto accesso alle strutture. Il Tavolo Asilo e Immigrazione, in una recente missione a Gjader, ha documentato una situazione di tensione crescente, con circa novanta persone trattenute, il numero più alto dall'apertura del centro, nonostante siano ancora pendenti due rinvii pregiudiziali alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Le testimonianze raccolte parlano di trasferimenti effettuati con l'uso generalizzato di dispositivi di coercizione, di criteri di selezione opachi e di persone vulnerabili, con problemi di salute psicofisica, trattenute in condizioni che sollevano più di un dubbio sulla loro effettiva idoneità alla permanenza in regime di trattenimento amministrativo. Un quadro, quello delineato dalle associazioni, che stride con la volontà governativa di normalizzare e consolidare il centro come parte strutturale del sistema di detenzione, in un contesto di sospensione del diritto che appare sempre più evidente a chi opera sul campo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.