La bellezza del calcio secondo Albertosi: “Beccalossi era una gioia per gli occhi”
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Redazione Sport
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Enrico Albertosi, detto Ricky, classe 1939 come il suo amico e storico rivale Lido Vieri, non ha dubbi nel tracciare il profilo del funambolico trequartista scomparso ieri. “Eh, ormai sono 86, ma ho una buona memoria e buoni ricordi”. E la memoria di chi ha difeso i pali del Milan e della Nazionale, va subito al dunque: quando gli chiedono di Evaristo Beccalossi, l’ex portiere non nasconde l’ammirazione per colui che definisce “una gioia per gli occhi”. Un giudizio, quello di Albertosi, che acquista peso se si considera la rivalità acceso vissuta in campo, specialmente in occasione di quel derby del 28 ottobre 1979. Quel giorno, sotto una pioggia battente, il giovane Beccalossi – all’epoca poco più che ventenne – ne fece due proprio al portiere rossonero. “Sì, purtroppo lo ricordo molto bene – ammette Albertosi –. Uno nel primo tempo e uno quasi alla fine della partita”. L’interista non vincedeva contro i cugini da cinque anni, ma quella sera lo strapotere tecnico del “Becca” ribaltò la storia.
Il “derby delle stelle” e quella frase mai detta
Proprio quella partita, ribattezzata il “derby delle stelle” per via dei due simboli sulle maglie di entrambe le squadre, ha generato uno degli aneddoti più celebri legati a Beccalossi. La leggenda, alimentata negli anni, racconta che dopo la seconda rete il fantasista si avvicinò ad Albertosi sussurrando: “Sono Evaristo, scusa se insisto”. L’interessato, però, smonta il mito con la schiettezza di chi c’era davvero. “No, non lo ricordo – taglia corto Ricky –. Per il semplice fatto che non l’ha mai detto. E non si sarebbe mai permesso. Io avevo 40 anni, lui era ai primi derby. Lo disse dopo, credo, il giornalista Beppe Viola. Lui scappò via contento, come facevano tutti quelli che segnavano”. Albertosi ricorda invece un match complicato, condizionato dal maltempo e da diversi errori difensivi dei suoi, ma non lesina elogi all’avversario. “Quella vera era Beccalossi – sottolinea –. Mi piaceva come giocava, come si divertiva e divertiva la gente. Prendeva il pallone e partiva, non la dava mai indietro, scattava a zig-zag. Era un meraviglioso giocatore, pieno di talento e fantasia”.
L’Italia che non fu e il rammarico del “club degli esclusi”
Un talento immenso, quello del trequartista bresciano, che però non riuscì mai a tradursi in gettoni di presenza nella Nazionale maggiore. Beccalossi ha vestito l’azzurro soltanto nell’Under 21, in due partite contro il Lussemburgo a cavallo tra il 1979 e il 1980, e nell’Olimpica, totalizzando quattro presenze e una rete. Il commissario tecnico dell’epoca, Enzo Bearzot, colui che poi avrebbe condotto l’Italia al trionfo mondiale del 1982, non lo riteneva funzionale al suo gioco; era convinto che il suo estro anarchico non si sarebbe integrato nel gruppo. Albertosi prova a fornire una spiegazione, seppur critica verso il presente: “Oggi sarebbe titolare fisso in Nazionale. Purtroppo è nato nel momento sbagliato, c’erano molti campioni. Bearzot preferì Antognoni. Ragazzi, dico Antognoni”. E così Beccalossi è entrato a far parte di quel “club degli esclusi” che annovera altri fuoriclasse come Pietro Paolo Virdis, Agostino Di Bartolomei e Paolo Di Canio; campioni capaci di vincere scudetti e coppe europee, ma mai di conquistare la maglia numero dieci dell’Italia che conta.
Il tuffo nel cuore della riviera e l’ultimo saluto della figlia
Il magico sinistro di Evaristo Beccalossi, però, ha continuato a brillare anche molto dopo il ritiro, come dimostra la sua partecipazione al Vip Master di Milano Marittima. Era il lontano 1999 quando il “Becca” fu ospite d’onore della kermesse di tennis organizzata da Mario e Patrik Baldassari, un evento al quale il geniale centrocampista ha partecipato sino a pochi anni fa. In quell’occasione, organizzando una partitella a sette all’antistadio dei Pini, Beccalossi mostrò la sua solita indole. Con compagni illustri come il giornalista Bruno Longhi in campo, il funambolo prendeva palla e non la passava mai, liberando il suo repertorio di dribbling. “A quel punto – si legge nei resoconti – il focoso Longhi si stancò mandando bonariamente a quel paese Evaristo”. Una scena che descrive perfettamente l’uomo prima ancora del calciatore. A chiudere il cerchio di tanti ricordi è la voce della figlia Nagaja. In una delle ultime interviste, la ragazza ha rivelato un dettaglio toccante legato alla scomparsa dell’amico fraterno Nazzareno Canuti, ex compagno di squadra all’Inter, morto il 24 gennaio scorso. “Papà si è chiuso in se stesso – ha confessato –, dopo quell’episodio emotivamente non si è più ripreso”.




