L’inchiesta di Milano e i calciatori: la procura valuta le convocazioni, ma “non basta un nome nelle chat”
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Redazione Interno
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La Procura di Milano si prepara a un passaggio delicato nelle prossime settimane, laddove si dovrà decidere se procedere o meno all’audizione di alcuni calciatori professionisti. Questi ultimi, secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalla procuratrice aggiunta Bruna Albertini, potrebbero essere ascoltati in qualità di testimoni o persone informate sui fatti, qualora risulti che abbiano effettivamente usufruito dei “servizi extra” offerti dall’agenzia di eventi MA.DE di Cinisello Balsamo, finita sotto la lente della guardia di finanza per associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione.
Il vaglio degli inquirenti tra chat e intercettazioni
La decisione, spiegano fonti vicine al fascicolo, è attualmente al vaglio della stessa Albertini; gli inquirenti, pur procedendo con le verifiche patrimoniali che hanno già portato al sequestro di oltre 1,2 milioni di euro e a quattro arresti domiciliari (tra cui i soci della società Emanuele Buttini e Deborah Ronchi), mostrano una cautela metodologica non trascurabile. Nonostante gli accertamenti abbiano inizialmente incrociato i nomi di una settantina di sportivi, spesso legati a doppio filo con le movimentazioni bancarie che superano i 450 mila euro in bonifici diretti, gli inquirenti – che intendono evitare ogni forma di morbosità mediatica – hanno chiarito che non sarà sufficiente la semplice comparsa di un professionista nelle chat o nelle intercettazioni per giustificare una convocazione ufficiale. Il discrimine, in questo senso, sarà rappresentato dalla prova effettiva dell’uso del “servizio extra” e dal passaggio di denaro specifico per quella prestazione, distinguendolo magari dalla sola partecipazione a una cena o a una serata nei locali della movida milanese.
Le voci del mondo del calcio e l’intervento di Luciano Moggi
Nel frattempo, il dibattito pubblico ha registrato l’intervento di una vecchia conoscenza del pallone, l’ex dirigente Luciano Moggi, il quale ha cercato di ridimensionare la portata della notizia. Intervistato da Pino Rinaldi su La7, Moggi ha ricordato come, a suo avviso, certi meccanismi appartengano al mondo del calcio da decenni e non rappresentino una novità epocale. “Il calcio – ha affermato – purtroppo amplifica notizie che possono essere anche gravi, ma che nella sostanza diventano solo gossip”. Una riflessione, la sua, che riecheggia un certo scetticismo diffuso: mentre fuori dai tribunali si insegue lo scandalo, dentro gli spogliatoi si fatica a vedere altro che la riproposizione di antichi riti, dai banchetti luculliani alle notti raccontate da Petronio, passando per la realtà dei fatti che descrive un campionario di vizi forse meno “sorprendente” di quanto si voglia far credere. Per Moggi, che ai suoi tempi raccomandava ai giocatori di limitare le uscite domenicali a Milano senza eccedere durante la settimana, il rischio concreto è che questa vicenda si trasformi in un gigantesco polverone privo di conseguenze penali concrete, lasciando sul campo solo il danno d’immagine per i nomi che dovessero emergere.
Il meccanismo dei festini e la “droga della risata”
Al centro delle carte depositate dalla gip Chiara Valori, oltre ai nomi oscurati di molti sportivi (tra cui emergono per refusi quelli di Marcus Pedersen e Christian Volpato), emerge la fotografia di un sistema ben oliato. I pacchetti, dal costo di diverse migliaia di euro, non si limitavano alla cena o alla discoteca; l’offerta includeva l’uso di gas esilarante, il cosiddetto “palloncino”, una sostanza che negli ambienti sportivi desta preoccupazione per la sua capacità di eludere i controlli antidoping tradizionali. Un giro che vedeva coinvolti non solo calciatori di Inter e Milan (spesso residenti in città), ma anche atleti di altre squadre in trasferta nel capoluogo lombardo, approfittando dei dopopartita per concedersi queste fughe nella movida. Le serate venivano organizzate in location esclusive del centro, dal Ceresio7 alla Langosteria, passando per locali notturni come il Pineta Luxury Club, dove il “privé” era riservato ai clienti più facoltosi. Eppure, nonostante la quantità di denaro e la mole di nomi emersi, la magistratura procede con i piedi di piombo: l’obiettivo primario resta lo smantellamento dell’associazione a delinquere e l’accertamento dello sfruttamento, mentre la posizione dei singoli clienti (per i quali l’illecito amministrativo della prostituzione non configura reato penale) potrebbe risolversi in un nulla di fatto o, al massimo, in sanzioni sportive interne ai club, senza clamorosi sviluppi giudiziari.




