Crolla il ponte sul Trigno, auto travolta: si cerca un disperso
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Redazione Interno
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Montenero di Bisaccia – Sembrava un giocattolo rotto, quel ponte, spezzato in due come se un gigante l’avesse afferrato per i lati per poi schiacciarlo verso il basso, nelle acque torbide e furiose del Trigno. La campata centrale non esiste più, inghiottita dalla piena, mentre i due monconi d’asfalto – appena affioranti – reggono a stento il guard rail divelto. È questa l’immagine più drammatica dell’ennesima ondata di maltempo che da tre giorni tiene in scacco il centro-sud, un bollettino di guerra che parla di fiumi esondati, frane a catena e, nel caso specifico della Statale 16 Adriatica al confine tra Abruzzo e Molise, il timore concreto di una vittima. La struttura, già chiusa al traffico dalla sera del primo aprile per il pericolo rappresentato dall’esondazione del fiume, è collassata intorno alle 9:30 di giovedì mattina.
Auto travolta e ricerche in corso
Se la chiusura preventiva della strada ha evitato una strage, il destino di un’automobilista resta avvolto nell’incertezza. Secondo le prime informazioni, coordinate dalla procura di Larino, al momento del cedimento – avvenuto mentre i tecnici erano impegnati nelle verifiche per un’eventuale riapertura – stavano transitando due vetture. Una sarebbe riuscita a fermarsi o a invertire la marcia, l’altra no. È per questo che i vigili del fuoco, supportati da sommozzatori e mezzi aerei del reparto volo di Pescara, hanno battuto palmo a palmo il fiume per tutta la giornata, cercando tra detriti e acqua gelida quella che potrebbe essere l’unica vittima di questo nubifragio. Un’assenza che tiene col fiato sospeso le comunità di San Salvo e Montenero di Bisaccia, divise da quel ponte che per decenni ha rappresentato il principale collegamento adriatico.
Tre giorni di pioggia e un territorio al collasso
Non è stato solo il Trigno a rompere gli argini. L’intera dorsale, dalle Marche fino alla Sicilia passando per Puglia e Basilicata, ha subito la furia di una perturbazione fuori stagione che ha scaricato oltre 200 millimetri di pioggia in sole 48 ore. Un quantitativo d’acqua che avrebbe messo in ginocchio qualsiasi territorio, figuriamoci uno già reso fragile da decenni di cementificazione selvaggia lungo la costa e di abbandono nell’entroterra. A Silvi, in provincia di Teramo, la situazione era critica già da gennaio, quando una frana aveva cominciato a divorare il terreno. Il movimento, accelerato nei giorni scorsi, ha fatto il resto: quattro case sono collassate come castelli di carte, mentre altre nove sono state dichiarate inagibili, lasciando decine di persone fuori casa. Più a sud, nella piana industriale di Termoli, l’acqua ha invaso gli stabilimenti bloccando la produzione, e l’ospedale di Penne è rimasto senz’acqua corrente a causa della rottura di una condotta.
L’allarme frane tra neve e isolamento
Il dissesto idrogeologico, quest’uomo nell’ombra che si ripresenta puntuale a ogni temporale, ha mostrato il suo volto più crudele anche nell’entroterra abruzzese e molisano. Le precipitazioni sono state talmente intense che sull’Appennino, a quote relativamente basse, la pioggia si è trasformata in neve: accumuli che hanno superato i due metri in alcune stazioni sciistiche, isolando interi alberghi. A Passolanciano, nel chietino, l’esercito ha dovuto soccorrere undici persone rimaste bloccate in un rifugio, mentre la viabilità secondaria è letteralmente saltata. Le strade statali, trasformate in torrenti o interrotte da smottamenti, hanno reso molti comuni irraggiungibili. Un copione già visto, eppure ogni volta che accade lascia stupefatti per la violenza con cui l’acqua scava, porta via e distrugge, senza che il tempo per ricostruire sia mai realmente concesso.




