L’ombra dell’attacco a Tehran, forze Usa in posizione: manca solo il sì di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione americana ha portato a termine il dispiegamento di un imponente apparato bellico nel teatro mediorientale, e i vertici del Pentagono, come rivelato da fonti qualificate ai maggiori organi di stampa statunitensi, hanno formalmente comunicato alla Casa Bianca la piena operatività delle proprie forze per condurre un’offensiva contro l’Iran. La finestra temporale per un eventuale attacco, secondo quanto riportato da Cnn e New York Times, si sarebbe materializzata già a partire da sabato, sebbene il presidente Donald Trump, sul cui tavolo giacciono diversi piani d’azione, non abbia ancora concesso il suo nullaosta definitivo. L’esecutivo si trova così nella condizione di poter scatenare una campagna bellica di vaste proporzioni, un’opzione che, paradossalmente, si profila proprio mentre si moltiplicano gli sforzi diplomatici, con il secondo round di colloqui indiretti tenutosi a Ginevra sotto la mediazione dell’Oman -1-3.

L’accerchiamento militare e le opzioni sul tavolo del presidente

La macchina da guerra americana ha subito un’accelerazione significativa nei giorni scorsi, trasformando la regione in una polveriera pronta a esplodere. Non si tratta più di una semplice dimostrazione di forza, ma di un vero e proprio schieramento offensivo: il Wall Street Journal parla della più grande concentrazione di potenza aerea dai tempi dell’invasione dell’Iraq del 2003, con un rafforzamento senza precedenti di risorse navali e aeree -2. Caccia stealth di quinta generazione, come i nuovissimi F-35 e F-22, sono stati ridispiegati su basi avanzate, mentre una seconda portaerei con il suo gruppo di battaglia si avvicina alle coste iraniane, portando a due le unità di proiezione di forza presenti in area -2-9. Questa mole di mezzi, spiegano i funzionari interpellati dal New York Times, consentirebbe agli Stati Uniti non un semplice raid come quello dello scorso giugno – l’operazione chiamata “Midnight Hammer” che prese di mira tre siti nucleari – bensì una campagna prolungata, della durata di settimane, capace di saturare le difese nemiche e colpire in profondità -8.

Al presidente Trump, che non ha ancora sciolto la riserva, sono stati sottoposti diversi scenari d’intervento. Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, i piani spaziano da opzioni più chirurgiche, finalizzate a danneggiare il programma nucleare e le infrastrutture missilistiche, fino a un progetto molto più ambizioso e radicale: una campagna mirata a decapitare il regime, eliminando decine di leader politici e militari nel tentativo di innescare un collasso del governo di Tehran -3. Una fonte anonima ha avvertito, tuttavia, che la decisione finale resta nelle mani del presidente, notoriamente incline a valutare fino all’ultimo momento l’efficacia della leva della pressione militare a supporto di quella diplomatica.

La diplomazia parallela e l’asse israeliano

In questo clima di tensione, il canale del dialogo non è stato interrotto, anzi. Proprio mentre le forze armate si posizionavano per un potenziale attacco, a Ginevra si teneva un nuovo round di negoziati indiretti. Il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi, ha parlato di incontri “seri e costruttivi”, annunciando che le due parti hanno raggiunto un’intesa su alcuni “principi guida” e che lavoreranno ora alla stesura di bozze per un futuro accordo, rimandando a un terzo round lo scambio definitivo dei testi -1. Dall’altra parte, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha ribadito che “la diplomazia è sempre la prima opzione del presidente”, pur aggiungendo che l’Iran farebbe “molto bene a fare un accordo” con l’amministrazione Trump, un messaggio chiaramente accompagnato dalla minaccia implicita della forza militare ora schierata -1-4.

A complicare l’equazione, e a fare pressione sull’ala politica, è la posizione di Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, reduce da una visita a Washington, spinge affinché qualsiasi intesa future non si limiti al programma atomico, ma includa misure concrete per neutralizzare il programma missilistico balistico di Tehran e bloccare i finanziamenti ai suoi proxy armati nella regione, da Hezbollah ad Hamas -5. Una richiesta che finora Tehran ha sempre respinto, considerando il proprio arsenale missilistico una linea rossa invalicabile in quanto pilastro della propria dottrina difensiva. Il governo israeliano, in stato di massima allerta, ha addirittura anticipato al fine settimana una riunione del gabinetto di sicurezza, segno tangibile di come si tema un conflitto imminente e di come ci si prepari a coordinarsi con l’alleato americano, o forse a dover gestire le conseguenze di un’azione unilaterale qualora la diplomazia dovesse fallire -1.

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