La cannabis come simbolo e la disobbedienza civile di Europa entrano in aula: Magi sfida il decreto sicurezza nel giorno del 4/20

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’odore della cannabis, o meglio il simbolo che essa rappresenta per i movimenti antiproibizionisti, ha invaso fisicamente gli spazi della Camera dei deputati proprio nel corso della giornata mondiale a essa dedicata, quella che gli attivisti chiamano il “4/20”. A confezionare l’atto dimostrativo più eclatante, che di fatto costituisce una sfida diretta al dettato normativo attuale, è stato il segretario di +Europa, Riccardo Magi: lo stesso, utilizzando il testo cartaceo del decreto sicurezza come base d’appoggio, ha suddiviso alcuni grammi della sostanza – sei per l’esattezza – in piccole bustine trasparenti distribuendole poi ai presenti durante una conferenza stampa a Montecitorio. Quel gesto, compiuto mentre nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia si discuteva l’iter del provvedimento voluto dal governo, non è stato isolato: si è trattato del preludio a un flash mob esterno, dove gli stessi esponenti (affiancati dai Radicali Italiani e da associazioni come Meglio Legale) hanno dato vita a una vera e propria “fumata” collettiva, riaccendendo così il dibattito sul confine tra diritto di protesta e violazione della legge.

L’acquisto sul mercato nero e la denuncia della “lieve entità”

La scelta della messa in scena, curata nei minimi dettagli da Magi e dalla sua cerchia (tra cui spiccano i nomi di Antonella Soldo, Benedetto Della Vedova e Filippo Blengino), non lascia spazio a interpretazioni ambigue: si tratta di una deliberata azione di disobbedienza civile. Lo stesso deputato, mostrando il barattolo di vetro contenente l’erba, ha tenuto a precisare la provenienza illecita della merce – acquistata, a suo dire, attraverso un canale Telegram dove ha speso 50 euro – proprio per sottolineare l’assurdità di un sistema che, punendo il mercato parallelo, finisce per alimentare le stesse mafie che dice di voler combattere. L’obiettivo polemico è un emendamento specifico inserito nel decreto sicurezza, quello che modifica la disciplina sulla “lieve entità” per i reati in materia di stupefacenti: una norma che, secondo i contestatori, non solo equipara di fatto le droghe leggere a quelle pesanti in caso di consumo reiterato, ma rischia di trasformare i semplici assuntori in bersagli della giustizia penale, svuotando di significato le pene alternative come la messa alla prova.

La replica di Fratelli d’Italia: Malaguti accusa l’opposizione di incoerenza istituzionale

La reazione della maggioranza non si è fatta attendere, e a raccogliere il guanto di sfida è stato in particolare il deputato di Fratelli d’Italia Mauro Malaguti, che ha prontamente ribaltato la narrazione dei radicali. Secondo l’esponente di governo, l’iniziativa di Magi rappresenta un sintomo di quella che lui definisce una patologica incoerenza delle forze di opposizione: queste, spiega Malaguti, salgono quotidianamente in cattedra a Montecitorio per impartire lezioni di democrazia, ma quando i provvedimenti legislativi non incontrano i loro favori, abbandonano i binari della legalità per rifugiarsi in gesti clamorosi e, di fatto, illegali. Il riferimento, nel suo intervento, è alla scelta di portare fisicamente la sostanza in Aula invece di seguire l’iter parlamentare ordinario per tentare di modificare o abrogare la norma contestata, un metodo che Malaguti considera lesivo del ruolo stesso delle istituzioni.

Un gesto ad alto rischio giudiziario tra la Camera e il TAR

Al di là della polemica politica, che in queste ore tiene banco tra i gruppi parlamentari, resta da chiarire il profilo strettamente giudiziario dell’azione compiuta dal segretario di +Europa. La cessione di sostanze stupefacenti – anche se effettuata a scopo dimostrativo e in un contesto istituzionale – rientra formalmente nelle fattispecie previste dall’articolo 73 del D.P.R. 309/1990, che punisce chiunque consegni o offra a terzi sostanze come la cannabis. Sebbene i Radicali abbiano incassato in passato archiviazioni per analoghe manifestazioni (invocando la finalità politica dell’atto come causa di giustificazione), la giurisprudenza in materia non è univoca, e la contestazione potrebbe riguardare proprio l’aggravante rappresentata dalla reiterazione del comportamento o dalla quantità complessiva della sostanza. A rendere il quadro ancora più complesso, come ricorda la cronaca recente, si aggiunge la situazione della cannabis light: il decreto sicurezza dello scorso anno ha di fatto vietato la commercializzazione delle infiorescenze a basso contenuto di Thc (il cosiddetto Cbd), generando decine di ricorsi al Tar e una crescente tensione tra la legge nazionale e le interpretazioni della magistratura. In questo clima di “stato dogmatico”, come lo hanno definito i contestatori, la sfida di Magi finisce dunque per sollevare una duplice questione: non solo se sia lecito infrangere la legge per protesta, ma anche se il diritto penale debba intervenire con la stessa durezza sullo spaccio organizzato e su chi, invece, utilizza la sostanza come mero strumento di pressione politica.

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