Achille Lauro al Niguarda dai sopravvissuti di Crans-Montana, Bertolaso: "Ragazzo speciale"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il ramo secco di quell’emozione collettiva che aveva avvolto il Teatro Ariston durante l’ultimo Festival di Sanremo, quando le note di Perdutamente avevano riempito il vuoto lasciato da sette giovani vite spezzate, ha trovato ieri un nuovo, intimo germoglio tra le corsie dell’ospedale Niguarda di Milano. Achille Lauro, il cantante che sul palco aveva trasformato il dolore in una preghiera laica accompagnato dalla soprano Valentina Gargano, ha varcato la soglia del reparto che ancora custodisce i corpi e i sogni dei ragazzi sopravvissuti all’incendio del locale Le Constellation, divampato nella notte di Capodanno a Crans-Montana. Nessun tam-tam social, nessuna operazione di comunicazione a precedere il gesto; solo la volontà, silenziosa e concreta, di rispondere a un desiderio nato proprio dai letti d’ospedale: quei giovani, che hanno imparato a convivere con il peso di una tragedia costata la vita a 41 persone (di cui sette italiane, tra le quali il diciannovenne Achille Barosi), avevano chiesto di conoscerlo.
L’incontro, avvenuto nella giornata di domenica e reso noto solo successivamente dall’assessore al Welfare di Regione Lombardia, Guido Bertolaso, attraverso un post pubblicato sui suoi canali social, ha restituito una dimensione più autentica e profonda a quel legame che si era già manifestato durante la kermesse canora. Bertolaso, che ha voluto condividere alcune fotografie dell’evento - immagini che ritraggono l’artista romano insieme ai pazienti e al personale sanitario - non ha risparmiato parole di stima nei confronti del cantante: "Oggi il mio ringraziamento va a un cantante, ma soprattutto a un ragazzo, davvero speciale", ha scritto l’assessore, sottolineando come Lauro, con la sua disponibilità e la sua dolcezza, abbia saputo portare un frammento di gioia nel cuore di quei ragazzi che tanto hanno patito.
Non è stato un semplice incontro istituzionale, e a testimoniarlo c’è il fatto che Lauro non si sia limitato a stringere la mano ai degenti. Il suo pomeriggio al Niguarda si è allargato a comprendere anche coloro che, dopo mesi di cure, hanno già ricevuto le dimissioni, e ha voluto abbracciare i familiari - compresi quei genitori che, in quella notte maledetta tra il 2025 e il 2026, hanno perso per sempre i propri figli. La presenza dei padri e delle madri di chi non c’è più, racconta Bertolaso, ha reso il momento ancora più struggente, trasformando una visita di cortesia in un autentico rito di prossimità umana. Un ruolo, nell’organizzazione di questo delicato incontro, lo ha giocato anche Carlo Conti, il direttore artistico del Festival che già a settembre aveva immaginato di affidare a Lauro un momento commemorativo; fu proprio Conti, nelle scorse settimane, a mettere in contatto l’artista con la realtà dell’ospedale milanese, aiutando a tessere quella trama di relazioni che ha poi portato al faccia a faccia di ieri.
Un legame nato tra le lacrime di un funerale e la potenza catartica di una canzone
Il filo che unisce Achille Lauro alla strage di Crans-Montana, va detto, è fatto di coincidenze dolorose e di affetti personali. Perdutamente, il brano che l’artista ha portato sul palco dell’Ariston, non era stato scelto a caso dalla produzione: era la canzone che Achille Barosi, una delle vittime più giovani, amava cantare insieme a sua madre, e le sue note avevano già accompagnato il funerale del ragazzo nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Quella dedica, trasmessa in diretta televisiva, aveva fatto il giro d’Italia, ma per i sopravvissuti e per le famiglie era rimasta una promessa sospesa, un abbraccio virtuale che ora ha trovato il suo compimento fisico. Il cantante, che questa sera è atteso sul palco del Forum di Assago per la prima delle due date milanesi del suo tour nei palazzetti, ha così voluto ritagliarsi uno spazio di assoluta riservatezza prima di tornare a incontrare il suo pubblico.
L’assenza di annunci preventivi e di pubblicità postuma, del resto, dice molto sulla natura del gesto: nessuna telecamera a riprendere l’ingresso in ospedale, nessun post programmato per sfruttare l’onda emotiva. Solo la volontà, come ha tenuto a precisare Bertolaso, di esserci, di farsi prossimo in un contesto, quello ospedaliero, che richiede tempi e modi ben diversi da quelli del palcoscenico. I ragazzi ricoverati, molti dei quali stanno affrontando lunghi percorsi di riabilitazione dopo aver riportato ustioni e traumi in quella fuga disperata dalle fiamme del locale elvetico, hanno potuto così vivere un pomeriggio di normalità sospesa, lontano dall’incubo che li perseguita ormai da oltre due mesi. Un momento che, nelle intenzioni dell’artista e di chi ha reso possibile l’incontro, resterà probabilmente privato, ma che la testimonianza pubblica dell’assessore regionale ha voluto consegnare alla città come esempio di una solidarietà che non ha bisogno di riflettori.




