Iacchetti e la polemica televisiva: la sostanza è la forma
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’intervento di Enzo Iacchetti a È sempre Cartabianca, trasformatosi in una veemente invettiva contro le operazioni militari israeliane a Gaza definendole, senza mezzi termini, un “genocidio”, ha scatenato un dibattito che travalica la semplice cronaca televisiva. L’artista, la cui lunga carriera lo ha reso un volto familiare e per certi versi rassicurante del piccolo schermo, ha scelto di abbandonare i panni dell’intrattenitore per assumere quelli di un commentatore politico acceso, un gesto che, per sua stessa ammissione, si scontra con l’aspettativa di una “solidarietà” da certi ambienti culturali che non è arrivata. La reazione, piuttosto, è stata di sorpresa e di critica, ponendo l’accento su una questione di fondo: il ruolo pubblico di una figura come la sua e i limiti, se mai ce ne sono, dell’espressione di un’opinione forte.
La sostanza del suo discorso, che pure si inserisce in un coro di voci provenienti dal mondo dello spettacolo – da Roberto Benigni a Carlo Verdone e Pif, i quali hanno a loro volta espresso una condanna unanime per il conflitto – è stata in gran parte oscurata dalla forma della sua comunicazione. In televisione, del resto, il come si dice qualcosa finisce spesso per avere un peso specifico maggiore del cosa si dice. La sfuriata, caratterizzata da toni accesi e da una gestualità enfatica, ha striduto con l’immagine pubblica che Iacchetti ha costruito in decenni di conduzioni, spesso improntate all’ironia e al divertimento, creando uno scarto percettivo non facile da digerire per il pubblico.
Proprio su questo punto, la difesa arrivata da un collega come Francesco Paolantoni appare significativa. L’attore, attraverso un video su Instagram, ha smorzato le polemiche con un pizzico d’ironia, sostenendo che l’idea che un comico non possa provare “rabbia e indignazione” per gli avvenimenti mondiali sia di per sé ridicola. “Se parlano tutti, parla pure tu”, ha affermato Paolantoni, legittimando implicitamente il diritto di Iacchetti a esprimere il proprio sdegno, al di là delle modalità scelte. Una presa di posizione che, se da un lato solidarizza con la persona, dall’altro non affronta direttamente la questione dello stile comunicativo adottato in studio.




