Il pane e la guerra: il conflitto in Medio Oriente fa volare il gas, i fornai lanciano l'allarme

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La guerra allargatasi in Medio Oriente, con il coinvolgimento diretto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, sta producendo i suoi primi, concreti effetti collaterali sulle economie occidentali e, in particolare, sulle tavole degli italiani. I fornai milanesi, attraverso la loro associazione, hanno lanciato un grido d'allarme che suona come una sentenza: il pane, alimento base della dieta mediterranea, rischia di trasformarsi in un bene di lusso. A determinare questo scenario, secondo quanto spiegano i panificatori, non è tanto il costo della materia prima agricola, il grano, quanto piuttosto l'impennata dei costi di trasformazione, un passaggio cruciale che rende il prodotto finito particolarmente vulnerabile alle fluttuazioni dei mercati energetici. La ragione di questa nuova tempesta perfetta va ricercata nelle dinamiche geopolitiche che stanno letteralmente paralizzando il Golfo Persico, uno snodo vitale per gli approvvigionamenti energetici globali.

La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, unita alla sospensione delle operazioni nel gigantesco impianto di Ras Laffan in Qatar, ha letteralmente gelato i flussi di gas naturale liquefatto. Si consideri che da quest'area transita circa un quinto dell'intero Gnl mondiale e che l'impianto qatariota, da solo, contribuisce in maniera determinante a questi volumi. L'Unione Europea, nel primo semestre di quest'anno, importava dal Qatar una percentuale tutto sommato contenuta del proprio Gnl, circa il 10%, ma l'Italia, con il 36%, si trova in una posizione di esposizione drammaticamente superiore. E in un mercato ormai globalizzato e interconnesso, una contrazione dell'offerta in un punto nevralgico del pianeta genera inevitabili ripercussioni sui prezzi ovunque, come dimostra l'impennata del TTF, il mercato di riferimento europeo, che dal 28 febbraio ha visto il prezzo del gas balzare da 31 a 45 euro al megawattora, con un incremento del 50% che nei primi dieci giorni di conflitto è già costato agli Stati membri circa 2,5 miliardi di euro in più rispetto al periodo pre-bellico.

Le quotazioni del gas e l'effetto domino sui consumi

Questa tensione sui mercati energetici non accenna a diminuire, anzi, secondo le rilevazioni di Federconsumatori, il prezzo del gas ad Amsterdam ha continuato la sua corsa, toccando punte superiori ai 63 euro con una chiusura recente oltre i 58 euro. È un'analisi, quella dell'associazione dei consumatori, che mette in luce un meccanismo perverso: in assenza di un disaccoppiamento strutturale tra il prezzo del gas e quello dell'elettricità, i rincari si tradurranno in una stangata da 349 euro annui a famiglia. Un peso che andrà a sommarsi agli altri rincari "bellici" che stanno già mettendo sotto pressione interi comparti produttivi. Il conflitto innescato dall'amministrazione Trump e dalle sue alleanze mediorientali sta comprimendo tutti i settori, dalle materie prime per l'edilizia, come le piastrelle, fino ai carburanti per i trasporti, con inevitabili conseguenze sui biglietti aerei e sulla logistica delle merci.

Il caro-bollette e la paura di una nuova inflazione

Il timore diffuso, e suffragato dai dati che arrivano dai mercati, è che si riproponga lo stesso copione del 2022, quando lo scoppio della guerra in Ucraina generò uno shock energetico senza precedenti, alimentando una fiammata inflazionistica che ha eroso il potere d'acquisto delle famiglie per diversi anni. In questo contesto di incertezza, come sottolineano gli esperti di Federconsumatori, a giocare un ruolo negativo è anche la psicosi collettiva, quella paura che spinge gli operatori a comportamenti speculativi e che rende il sistema ancora più fragile. I fornai milanesi, sentinelle di un'economia reale che parte dal basso, vedono già profilarsi all'orizzonte le difficoltà: il costo del gas per i forni, la logistica per la consegna delle farine e l'energia per la conservazione dei prodotti sono tutte voci di spesa che lievitano, rendendo sempre più complesso mantenere invariato il prezzo finale di un chilo di pane, un bene la cui accessibilità è sempre stato un termometro della salute economica e sociale di un Paese.

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