Il pane e la tempesta perfetta: l’allarme dei fornai milanesi sui rincari energetici legati al conflitto
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Redazione Economia
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Il pane, prodotto simbolo per eccellenza della tavola quotidiana, rischia di subire rincari talmente consistenti da trasformare un bene considerato primario in un potenziale lusso, o almeno questa è la preoccupazione concreta sollevata dall’Associazione Fornai Milano. A motivare l’allarme, che arriva direttamente dagli operatori del settore, non è tanto la fluttuazione del costo del grano sui mercati internazionali, quanto piuttosto l’impennata vertiginosa di quella che loro stessi definiscono la fase di trasformazione. Con le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, in particolare il conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran e che ha portato alla sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz, l’Italia, tra i Paesi europei più esposti, si trova a fare i conti con una nuova impennata del prezzo del gas. La produzione del pane, va ricordato, è un processo altamente energivoro: i forni devono rimanere accesi per ore a temperature elevate, le celle di lievitazione operano ininterrottamente giorno e notte e la distribuzione, che si regge su furgoni, subisce in modo immediato il rincaro dei carburanti. Questa combinazione di fattori, spiegano i panificatori, configura una "tempesta perfetta" i cui effetti rischiano di riversarsi direttamente sul portafoglio dei consumatori.
Il peso della logistica e dell'energia sulla filiera produttiva
Analizzando la struttura dei costi, emerge con chiarezza come il problema risieda a monte del banco di vendita. Secondo le stime fornite dall'associazione milanese, per i panificatori l'incremento dei costi di produzione nel 2026 si attesterà su un preoccupante +45% per l'energia elettrica e il gas, un +25% per la logistica e le consegne e un +20% per il trasporto delle farine. La voce più pesante, energia e lavoro, incide ormai per oltre il 60% sul prezzo finale della pagnotta, un dato che fa impallidire l'incidenza della materia prima grano. A ciò si aggiungono le difficoltà oggettive legate ai trasporti: con il "collo di bottiglia" rappresentato dallo Stretto di Hormuz, l'impennata del costo del petrolio si traduce immediatamente in un aggravio per i costi logistici. Roberto Ticozzi, vicepresidente dell’Associazione e storico fornaio a Milano, ha spiegato come tutto ciò che entra in laboratorio arrivi su gomma, dalla farina di forza del Nord Europa ai semi dalle aree di conflitto; se il gasolio aumenta del 30%, quel costo non può essere assorbito dalla sola impresa.
Le ripercussioni del caro-gas sulle bollette di famiglie e imprese
Il conflitto in Medio Oriente, con la chiusura di fatto dell'impianto di Ras Laffan in Qatar che produce circa un quinto del Gnl mondiale, ha avuto un effetto immediato sui mercati energetici europei. L'Italia importa dal Qatar una percentuale significativa del proprio Gnl, intorno al 36% nel primo semestre del 2025, e in un mercato globalizzato i riflessi sui prezzi si sono fatti sentire ovunque. Il prezzo del gas sul mercato europeo di riferimento (Ttf) è passato da 31 a 45 euro al megawattora, con punte che hanno toccato i 58 euro e picchi oltre i 63, facendo registrare un +50% in pochi giorni. Federconsumatori, monitorando la situazione, ha stimato che questi rincari potrebbero tradursi, per le famiglie, in un aumento annuo che può arrivare fino a 349 euro per il gas e a circa 100-114 euro per l'energia elettrica, un aggravio che in assenza di interventi rischia di comprimere ulteriormente il potere d'acquisto. Le associazioni dei consumatori sottolineano come, in una situazione di tale incertezza, sia proprio la paura a creare problemi ulteriori, innescando dinamiche speculative che aggravano il quadro.
L'onda lunga degli aumenti sul carrello della spesa
L'allarme lanciato dai fornai milanesi non è che un tassello di un quadro economico più ampio e preoccupante. L'aumento dei costi energetici e delle materie prime, infatti, sta mettendo sotto pressione tutti i comparti produttivi, dal settore ceramico a quello della ristorazione, e si rifletterà inevitabilmente sui prezzi al dettaglio di una vasta gamma di prodotti. Il timore diffuso, come espresso anche da Coldiretti e da altre associazioni di categoria, è che si possa ripetere il copione del 2022, quando lo scoppio della guerra in Ucraina causò uno choc energetico e una conseguente fiammata inflazionistica. Per i panificatori, il bivio è drammatico e non ammette tentennamenti: molti di loro si trovano nella condizione di dover scegliere se alzare i prezzi al pubblico, con il rischio di escludere una fascia di popolazione dall'acquisto di un bene essenziale, o abbassare definitivamente la saracinesca, incapaci di sostenere costi di produzione fuori controllo. La richiesta al governo, quella di crediti d'imposta sull'energia e di calmieri sui carburanti agricoli, è vista come l'unica ancora di salvezza per un settore che non può semplicemente "spegnere i motori" senza compromettere un'intera filiera.




