Il conto della crisi: l’Italia e la mappa dei nuovi rincari energetici

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Le ripercussioni economiche dell’escalation in Medio Oriente, con il blocco de facto dello stretto di Hormuz, si stanno materializzando nei bilanci delle imprese italiane con una velocità che non si vedeva dai tempi della crisi ucraina, sebbene il contesto, va detto, presenti oggi fondamentali diversi. La chiusura di quel passaggio strategico – attraverso cui transita circa il 20-30% del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas liquefatto – ha innescato una reazione a catena sui prezzi dell’energia che, secondo le stime dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, potrebbe tradursi in un esborso aggiuntivo per il sistema produttivo nazionale vicino ai 10 miliardi di euro nell’arco del 2026. Siamo di fronte a un incremento potenziale del 13,5% rispetto allo scorso anno, una stangata che, ripartita tra elettricità e gas, rischia di comprimere margini già provati dalle precedenti turbolenze.

A essere esposte, come sempre in questi frangenti, sono soprattutto le regioni a più alta densità produttiva, ma il dato interessante è la specificità dei distretti che si trovano ora in prima linea. Se la Lombardia guiderebbe questa classifica con un aggravio stimato di 2,3 miliardi, seguita da Emilia-Romagna e Veneto, la Toscana si segnala per una vulnerabilità che va oltre il puro dato numerico dei 670 milioni di rincari previsti. Qui il nodo è duplice: da un lato, l’impennata dei costi dell’energia colpisce settori energivori come la carta e il vetro, dall’altro, come sottolinea Confartigianato, c’è l’esposizione diretta del distretto orafo aretino, un'eccellenza che vale oltre il 70% dell’export manifatturiero regionale verso l’area mediorientale e che vede negli Emirati Arabi Uniti un hub commerciale insostituibile. Non è solo una questione di bollette, quindi, ma di flussi commerciali che rischiano di incepparsi, con le oscillazioni del prezzo dell’oro – balzato e ridisceso nell'arco di pochi giorni – a fare da termometro di un’incertezza che congela gli ordini.

Lo scenario, per quanto preoccupante, non è però paragonabile ai picchi del 2022. Il prezzo del gas, pur essendo schizzato da 32 a oltre 55 euro al megawattora nei primi giorni di marzo, si mantiene lontano dai 303 euro toccati all'indomani dell'invasione russa dell'Ucraina. Il governo, attraverso il ministro Adolfo Urso, ha voluto rassicurare sulla tenuta del sistema, segnalando anzi alla Guardia di Finanza i primi casi di sospetta speculazione sui carburanti, un fronte caldissimo visto che il gasolio – fondamentale per il trasporto su gomma – ha visto rincari a doppia cifra in pochi giorni. Le riserve di gas negli stoccaggi italiani, attestatesi intorno al 47% a inizio marzo, offrono una certa tranquillità per la fine della stagione termica, ma l’incognita principale rimane la capacità di riempirle in vista del prossimo inverno, un’operazione che con i prezzi correnti diventerebbe proibitiva.

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