L’Ue apre agli aiuti di Stato ma l’Italia non può spendere: i conti pubblici restano il vero scoglio
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Redazione Esteri
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La Commissione europea, in una mossa che qualcuno avrebbe potuto interpretare come un’apertura verso i paesi più esposti alla crisi energetica, ha invece ribadito una linea di fondo destinata a lasciare l’Italia in una posizione scomoda. Il nuovo quadro temporaneo sugli aiuti di Stato, approvato dal gabinetto di Ursula von der Leyen, allarga la possibilità di intervento pubblico per settori come l’agricoltura, la pesca, i trasporti e l’industria ad alta intensità energetica; eppure, proprio questa maggiore flessibilità – che a prima vista sembrerebbe una boccata d’ossigeno – finisce per premiare chi dispone di un solido spazio fiscale, e cioè i paesi con i conti pubblici in ordine. L’Italia, come emerge dai fatti, non è tra questi.
Il paradosso della flessibilità condizionata
La presidente della Commissione, intervenendo a Strasburgo di fronte agli eurodeputati, ha voluto chiarire un punto essenziale: le misure devono restare «mirate solo a famiglie e settori più vulnerabili, evitando di alimentare la domanda di gas e petrolio». Una formula che, nelle intenzioni di Bruxelles, dovrebbe impedire dispersioni di risorse pubbliche e scongiurare il rischio di incentivare ulteriormente i consumi di combustibili fossili. Ma c’è un rovescio della medaglia, ed è immediatamente visibile. L’esecutivo comunitario non ha infatti intenzione di sospendere il patto di stabilità, né di allentare le maglie del bilancio condiviso. Due dossier – liberalizzazione degli aiuti e disciplina fiscale – che l’Italia avrebbe voluto collegare, ma che finora procedono su binari separati, lasciando Roma nella sostanziale impossibilità di approfittare delle nuove regole.
I numeri della dipendenza energetica europea
Nel suo intervento, von der Leyen ha ricordato numeri che definiscono con chiarezza la fragilità strutturale dell’Unione. Da anni l’Europa importa oltre la metà del proprio fabbisogno energetico; una dipendenza che, come hanno mostrato sessanta giorni di conflitto in Medio oriente e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz, può trasformarsi in una voragine per le finanze pubbliche: 27 miliardi di euro in più per l’acquisto di combustibili fossili, equivalenti a una perdita secca di quasi 500 milioni di euro al giorno. Sono questi i costi della guerra, ha voluto sottolineare la presidente, riportando l’attenzione su un’emergenza che resta prima di tutto una questione di sicurezza continentale, oltre che economica.
L’Italia isolata di fronte al vincolo dei conti
L’effetto finale, per Roma, è paradossale. Bruxelles apre tecnicamente la porta a maggiori aiuti di Stato, ma lo fa senza concedere quella sospensione delle regole fiscali che sarebbe necessaria per utilizzarli. L’Italia, di conseguenza, torna ad accusare l’Unione di scarsa flessibilità; eppure, a conti fatti, l’isolamento italiano deriva più da un problema domestico – l’assenza di spazio di bilancio – che da una preclusione ideologica di Bruxelles. Le indicazioni di von der Leyen, del resto, sono state esplicite: le misure vanno finanziate senza alimentare nuova domanda di gas, e i paesi che vogliono approfittarne devono avere i margini per farlo. Un criterio che, allo stato attuale, penalizza chi, come l’Italia, ha già i conti pubblici sotto pressione e non può permettersi ulteriori scostamenti.




