Libertà di stampa, l’indice di Reporter senza frontiere tocca il minimo storico: l’Italia scivola al 56esimo posto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non era mai accaduto, nei venticinque anni di vita di questo specifico rilevamento, che lo scenario globale dell’informazione apparisse così segnato da pressioni e violenze. Il World Press Freedom Index del 2026, l’ultima fatica dell’ong parigina Reporter Senza Frontiere (RSF), certifica infatti un primato negativo che nessun giornalista avrebbe voluto leggere: il punteggio medio dei 180 Paesi analizzati non è mai stato così basso. Oltre la metà delle nazioni, per la precisione cento su centottanta, registrano un peggioramento oggettivo delle condizioni in cui operano i cronisti, tanto che la maggioranza di esse viene ora classificata nelle ultime due fasce della graduatoria, quelle contraddistinte da una situazione “difficile” o “molto grave”. Un arretramento, questo, che l’organizzazione definisce come un “allarmante deterioramento”, citando tra le cause principali l’inasprimento delle leggi sulla sicurezza nazionale, un fenomeno iniziato simbolicamente dopo l’11 settembre 2001 e che non ha mai smesso di erodere il diritto alla informazione.

Un crollo generale e il paradosso americano

A contribuire a questo scenario desolante, certo, non sono soltanto le consuete dittature o le aree di guerra, ma anche quelle democrazie occidentali che un tempo fungevano da faro. Se i Paesi nordici (con la Norvegia in testa per il decimo anno consecutivo) mantengono saldamente la prima posizione, altrove la musica cambia radicalmente. Gli Stati Uniti, ad esempio, perdono sette posizioni scivolando al 64esimo posto, un dato che li colloca in una fascia “problematica” tra Botswana e Panama; lo stesso report, senza mezzi termini, attribuisce questo tracollo alle “ripetute aggressioni” del presidente Trump contro i media, descritte come una “politica sistematica” che ha contribuito a “una delle crisi più gravi per la libertà di stampa nella storia moderna degli Stati Uniti”. E mentre l’America indietreggia, persino Paesi come l’India (157esima) scivolano ulteriormente, vittime di una crescente criminalizzazione del mestiere attraverso leggi anti-sobillazione e norme sulla sicurezza.

L’Italia e le minacce multiple: mafie, estremisti e leggi bavaglio

Nel mezzo di questa tempesta globale, l’Italia registra una battuta d’arresto significativa, perdendo ben sette posizioni rispetto al 2025: passando così dal 49esimo al 56esimo posto su 180. Il report di RSF, nel fotografare la situazione del nostro Paese, dipinge un quadro complesso in cui la libera informazione viene soffocata da una triplice catena di costrizioni. La prima, e forse la più storica, riguarda la pressione della criminalità organizzata: le organizzazioni mafiose, spiega il documento, continuano a minacciare i giornalisti “in particolare nel sud del Paese”, dove il rischio di intimidazioni si trasforma spesso in un muro di omertà. A queste si affiancano “diversi gruppuscoli estremisti che esercitano violenze” fisiche e verbali, approfittando di un clima di polarizzazione che rende pericoloso anche solo documentare determinate proteste o manifestazioni. Ma non è finita qui, perché il Report sottolinea anche un tentativo, da parte della “classe politica”, di ostacolare l’informazione in materia giudiziaria; un tentativo concretizzato in una vera e propria “legge bavaglio”, che si va a sommare al già dilagante fenomeno delle querele temerarie (le cosiddette SLAPP) utilizzate per mettere a tacere i cronisti.

Autocensura e precarietà: la doppia morsa sul mestiere

La conseguenza più subdola di queste pressioni, avverte l’ong, è la crescita esponenziale dell’autocensura. Molti professionisti della carta stampata e delle televisioni, fiaccati dalla precarietà economica che attanaglia il settore, finiscono per evitare di approfondire determinati filoni investigativi: chi lo fa per non mettere a rischio la propria incolumità, di fronte alla violenza mafiosa o all’aggressività degli estremisti, chi invece per il timore di subire una causa milionaria che metterebbe fuori gioco la testata o per compiacere le logiche dettate dalla linea editoriale. Un meccanismo perverso, questo, che secondo RSF è aggravato dal “paralisi legislativa” che impedisce l’approvazione di riforme utili a rafforzare le tutele. Ne consegue che circa una ventina di giornalisti italiani, quelli che si occupano di inchieste su mafia e corruzione, sono costretti a vivere sotto scorta permanente. La fotografia scattata da Reporter Senza Frontiere, insomma, è quella di una categoria sempre più sola: vessata dalle leggi, minacciata dalle pistole e, spesso, dimenticata da chi avrebbe il dovere di difenderne l’indipendenza.

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