Garlasco, l’ombra della corruzione su Venditti si dissolve: verso l’archiviazione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non ci sono elementi determinanti, né tantomeno un quadro probatorio coerente, a sostegno dell’ipotesi di corruzione che aveva coinvolto l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, nell’ambito della complessa e articolata indagine sulla richiesta di archiviazione della posizione di Andrea Sempio.

Quel procedimento, risalente ormai al lontano 2017 e relativo all’omicidio di Chiara Poggi, era stato rapidamente archiviato, ma la recente riapertura del caso – insieme al ritrovamento di alcuni "pizzini" nella casa della famiglia Sempio – aveva innescato un meccanismo giudiziario parallelo, una vera e propria "inchiesta sull’inchiesta" che ora, però, sembra destinata a concludersi senza conseguenze per l’ex magistrato.

Il nodo degli appunti e la svolta nelle verifiche

La duplice informativa, depositata dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza di Pavia alla Procura di Brescia, rappresenta il fulcro di questa svolta. Da un lato, gli inquirenti hanno analizzato il filone legato al cosiddetto "Sistema Pavia" (una vicenda separata che riguarda la gestione di auto e intercettazioni), ma è l’altro fascicolo – quello direttamente connesso al delitto di Garlasco – a registrare il cambiamento più significativo.

L’accusa si reggeva su un bigliettino, sequestrato il 14 maggio 2025, sul quale qualcuno – verosimilmente Giuseppe Sempio, il padre di Andrea – aveva vergato la frase: "Venditti gip archivia per 20-30 euro". Una traccia, questa, ritenuta inizialmente una possibile prova di un accordo illecito, ma che la difesa ha sempre qualificato come una banale previsione di spesa per gli onorari degli avvocati, come spiegato dallo stesso Giuseppe Sempio durante l'interrogatorio del 26 settembre.

L’aggravamento per altri soggetti e il possibile ritorno a Pavia

Se per Venditti – il quale ha sempre ribadito di aver agito nella convinzione della colpevolezza di Alberto Stasi – l’orizzonte è quello di una richiesta di archiviazione da parte dei pm bresciani Donato Greco e Alessio Bernardi, lo stesso non si può dire per altri professionisti coinvolti a vario titolo nella vicenda.

Secondo le ultime risultanze investigative, emergerebbero infatti elementi tali da aggravare le posizioni di alcuni avvocati e, soprattutto, di un paio di carabinieri coinvolti nelle indagini del 2017, sulla cui condotta la Procura sta ora valutando l’ipotesi di contestare nuove e più gravi accuse.

L’eventuale archiviazione per l’ex magistrato, paventata con insistenza negli ambienti giudiziari, avrebbe una conseguenza procedurale rilevante: verrebbe meno l’applicazione dell’articolo 11 del codice di procedura penale, quel presupposto che aveva trasferito l’inchiesta a Brescia per evitare conflitti di interesse con i magistrati del distretto di Milano. Di conseguenza, il fascicolo "madre" potrebbe fare ritorno alla Procura di Pavia, dove era nato.

Il carabiniere e i retroscena Sempio

Mentre la posizione di Venditti si alleggerisce, emergono dalle intercettazioni – elemento cruciale di questa nuova fase – particolari inquietanti che tengono alta l’attenzione sul ruolo di alcuni appartenenti alle forze dell’ordine. Si apprende, da quanto riportato nei documenti investigativi, che Andrea Sempio, intercettato mentre parlava con i familiari, avrebbe fatto esplicito riferimento a un carabiniere, attribuendogli una frase rivelatrice: "È lui che mi ha proposto la roba".

Un’affermazione, questa, che getta una luce sinistra sulle modalità con cui, forse, sono state gestite le prove o proposte le piste investigative in quella prima, affrettata archiviazione del 2017. Proprio la rilettura delle vecchie intercettazioni, comparata con le nuove acquisizioni, sta evidenziando "discrepanze macroscopiche", come sottolineato da chi segue il "giallo" giudiziario in televisione, dove il caso è tornato prepotentemente alla ribalta.

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