Umberto Bossi, il ricordo di Massimo Cacciari: «Ebbe un’intuizione giusta ma la strada poi fu sbagliata»
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Redazione Interno
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La scomparsa di Umberto Bossi, avvenuta a 84 anni, ha riaperto il dibattito sulla parabola politica del fondatore della Lega Nord, una figura che ha segnato in modo indelebile la storia della Seconda Repubblica. Tra le voci che si sono levate per tracciarne un ritratto a tutto tondo spicca quella del filosofo Massimo Cacciari, sindaco di Venezia per due mandati e per lungo tempo osservatore attento del fenomeno leghista. Cacciari, intervistato ai margini delle commemorazioni, ha offerto un’analisi che separa nettamente l’intuizione originaria dalla successiva deriva politica: «Bossi l’ho seguito con attenzione fin dall’inizio. Che si trattasse di una novità politica era indubitabile». Secondo il professore, quella novità risiedeva nell’aver infranto un tabù, nell’aver imposto all’attenzione nazionale un problema che le retoriche patriottiche sull’unità nazionale avevano a lungo rimosso, ovvero la profonda divisione interna al Paese e la necessità di una riforma radicale delle istituzioni.
Tuttavia, Cacciari non ha lesinato critiche sulla direzione impressa dal Senatur al movimento. «La grande responsabilità e la grande colpa di Bossi – ha affermato – è stata declinare questa giusta intuizione in una direzione totalmente sbagliata: localistica, municipalistica e alla fine secessionistica». Un percorso, quello della secessione e della mitologia della Padania, giudicato dal filosofo non solo irrealizzabile ma anche culturalmente indigesto per la contemporaneità. Il federalismo, sostiene Cacciari, non ha nulla a che vedere con il secessionismo; anzi, i due concetti rappresentano per certi versi l’opposto. A suo avviso, la parabola politica di Bossi si esaurisce già con la fine degli anni Novanta, terminata in modo poco glorioso, segnata dalle cerimonie simboliche che testimoniavano più una crescente impotenza politica che una forza reale.
Il bunker di Gemonio e la nemesi dei traditori
Mentre le istituzioni e gli ex avversari politici esprimevano il loro cordoglio, il fronte dei fedelissimi del Senatur si è stretto attorno alla famiglia, rinchiusa nella sua casa di Gemonio, in provincia di Varese. Un ritiro che è sembrato quasi un’ultima trincea, da cui è partito un messaggio chiaro e carico di amarezza. «C’è dentro il Diego…», hanno ripetuto in pochi, riferendosi a Diego Bergamasca, figura storica della valle Seriana, uno degli ultimi rimasti della vecchia guardia insieme a Giambattista. Uomini che erano stati non solo militanti ma anche guardie del, autisti e assistenti di un leader la cui salute era ormai fragile. La sensazione, nell’aria, era quella di una nemesi che si compie: «In troppi l’hanno tradito», sussurravano i presenti, a testimonianza di un risentimento mai sopito verso coloro che, negli anni, avevano abbandonato la nave o, secondo la loro visione, ne avevano distorto il progetto originario.
Un sentimento che trova eco nelle parole di Gianna Gancia, storica esponente della Lega e figura di spicco del cuneese, che in un’intervista a La Stampa ha annunciato con una punta di veleno la sua partecipazione al funerale. «Umberto Bossi era il Capo, l’unico. Non voglio lasciare spazio al rancore – ha dichiarato – ma so già che al funerale sfileranno tanti traditori». Nonostante l’acredine per le vicende politiche successive, Gancia ha voluto ricordare la forza comunicativa del leader, definendolo un genio della politica. «Politicamente Bossi era un genio, mi vengono i brividi a sentire i suoi discorsi degli Anni ’90», ha aggiunto, scegliendo di conservare un ricordo personale e lontano dalle beghe degli ultimi anni: quello di una splendida giornata di sole, qualche anno fa, in cui Bossi le aveva chiesto di accompagnarlo alla Sacra di San Michele.
L’eredità contesa tra nostalgie e trasformazioni
La scomparsa del Senatur ha inevitabilmente riportato l’attenzione sul vuoto lasciato dalla sua leadership e sulle trasformazioni subite dal movimento che lui stesso fondò. Se la Lega delle origini era un partito leninista, come lo definisce Cacciari, fortemente radicato nel territorio con una struttura militante ben definita, il partito oggi appare molto diverso. Il filosofo sottolinea come il tentativo di Matteo Salvini di trasformare la creatura di Bossi in un partito nazionale di destra fosse già stato letto e contrastato dal fondatore, il quale sapeva che la sopravvivenza della Lega era legata alla sua capacità di rappresentare le forze economiche e sociali locali.
Del resto, la geografia della fedeltà a Bossi si legge anche nei piccoli segni lasciati sul territorio. A Gemonio, nei giorni successivi alla morte, non sono mancati i gesti di chi ha voluto ribadire la propria appartenenza a quella tradizione politica. Roberto Castelli, ex ministro e grande dissidente, e Paolo Grimoldi, tra i coordinatori del Comitato Nord, hanno rappresentato quella fetta di leghismo che non ha mai digerito la svolta nazionalista e il presunto centralismo della nuova gestione. «Salvini deve fare un passo da lato e lasciare la battaglia autonomista a chi ancora ci crede», aveva tuonato Grimoldi in una delle ultime occasioni pubbliche, in un momento in cui la distanza tra il popolo delle origini e la nuova dirigenza sembrava ormai incolmabile.
La passione della base e il ricordo della “canottiera”
Oltre le dinamiche di vertice e le analisi degli intellettuali, la notizia della morte ha colpito al cuore i militanti storici, soprattutto nelle roccaforti originarie come il Biellese o la Valle Seriana. Lì, dove la Lega era ancora un movimento identitario prima ancora che un partito di governo, il ricordo del Senatur è legato a un’epopea fatta di comizi in bettole e di una comunicazione diretta, fatta di insulti sprezzanti e battute da osteria, ma anche di una visione precisa. Molti di quei militanti del nucleo storico non ci sono più, altri hanno lasciato quasi subito, come Stefano Aimone Prina, che al Senatur doveva la sua breve carriera politica: fu Bossi in persona a imporlo come candidato perché in possesso di una laurea, scontentando così tanti altri militanti che ambivano a quel posto.
La figura di Bossi rimane quella di un leader capace di intercettare il malessere del Nord produttivo, quello che negli anni Ottanta vedeva Roma come un’entità ladrona e assistenzialista. L’immagine della canottiera bianca, indossata in contrapposizione alla formalità di Silvio Berlusconi, restituisce ancora oggi il senso di un’epoca in cui la politica si faceva con il fango e con le parole del popolo, trasformando il risentimento territoriale in un formidabile progetto di mobilitazione. Se quella stagione sia stata una grande intuizione o una ferita aperta nell’unità nazionale, come lascia intendere Cacciari, è il dibattito che la sua scomparsa lascia in eredità, mentre i familiari e gli ultimi fedeli preparano l’addio, già pregustando il peso dei silenzi e delle assenze che sveleranno chi, di quella storia, è stato davvero parte.




