Lo Stretto di Hormuz è il nuovo campo di battaglia, Teheran cambia strategia e colpisce i radar americani
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Redazione Esteri
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La guerra lampo che Donald Trump e Benjamin Netanyahu avevano immaginato, forte della schiacciante superiorità aerea e della decapitazione del vertice politico-militare iraniano avvenuta il 28 febbraio, si sta trasformando in un conflitto di logoramento dai contorni inediti. L’Amministrazione americana, dopo aver rivendicato la distruzione di circa il settantacinque per cento delle rampe di lancio missilistiche nemiche e il controllo totale dei cieli, si trova ora a dover fare i conti con una macchina bellica che, seppur ferita, ha mutato pelle. L’Iran, incapace di competere in campo aperto con la potenza di fuoco della coalizione avversaria, ha spostato il baricentro della propria controffensiva su obiettivi specifici e strategici: i radar e i sistemi di difesa aerea americani sparsi per il Golfo.
Non si tratta più, come nelle primissime ore del conflitto, di lanciare ondate di droni e missili a pioggia verso le basi nemiche, una tattica che causava danni collaterali alle popolazioni locali senza scalfire l’imponente schieramento a stelle e strisce. L’analisi delle immagini satellitari condotta dal New York Times e citata da diverse agenzie, tra cui la turca Anadolu, ha evidenziato un dato allarmante per il Pentagono: almeno diciassette installazioni militari, diplomatiche e di difesa aerea americane sono state danneggiate dai proiettili iraniani. Tra queste, spicca il costo sistemico di un radar d’allarme avanzato a Umm Daha, in Qatar, un gioiello tecnologico dal valore di un miliardo e cento milioni di dollari progettato per coprire un raggio di quattromila e ottocento chilometri, la cui messa fuori uso rappresenta un danno operativo superiore alla semplice perdita di un deposito di munizioni.
Il mirino dei Pasdaran sui punti deboli dello scudo americano
Questa nuova offensiva, mirata e ragionata, sembra voler accecare il gigante americano, colpendo le pietre angolari della sua rete di protezione regionale. Il quartier generale della Quinta Flotta a Manama, in Bahrain, ha riportato danni ingenti, stimati intorno ai duecento milioni di dollari, mentre componenti del sistema THAAD, il terminale ad alta quota per la difesa antimissile, sono state centrate in località non meglio specificate. L’obiettivo dichiarato, leggibile tra le righe delle rivendicazioni dei Guardiani della Rivoluzione, è quello di creare dei varchi nello scudo elettronico che permette agli Stati Uniti e a Israele di monitorare ogni singolo movimento sul territorio iraniano e di intercettare i vettori in arrivo. Se i radar di prima generazione vengono sistematicamente danneggiati, come sembra emergere dai rapporti riservati citati dal vietnamita Tien Phong, Teheran potrebbe ritagliarsi uno spazio di manovra maggiore per i propri missili balistici, compresi quelli ipersonici che, secondo gli esperti, non sono ancora stati impiegati in forze.
Parallelamente a questa guerra silenziosa contro l’elettronica avanzata, l’Iran ha aperto un secondo fronte, ben più visibile e dai risvolti economici globali immediati: lo Stretto di Hormuz. Dopo giorni di minacce, i Pasdaran hanno rivendicato l’attacco a due navi mercantili, la thailandese Mayuree Naree e la liberiana Express Rome, alle quali le autorità marittime britanniche aggiungono un terzo scafo danneggiato, portando a oltre venti il numero di episodi simili dall’inizio delle ostilità. Le navi, colpite da proiettili non meglio identificati, hanno visto la sala macchine della Mayuree Naree andare a fuoco, con venti marinai tratti in salvo e tre dispersi. La Guardia Rivoluzionaria ha giustificato l’atto con la violazione del divieto di transito, unico e categorico: nessuna petroliera, e tanto meno quelle dirette verso gli alleati di Israele, potrà attraversare quel collo di bottiglia attraverso cui passa circa il venti per cento del petrolio mondiale.
La ritorsione sulle petroliere e il nuovo allarme del Centcom
La strategia appare chiara agli analisti della regione: colpire il mercato energetico globale per alzare la posta in gioco. Un portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran, Ebrahim Zolfaqari, ha lanciato un monito esplicito, invitando il mondo a prepararsi a un barile di petrolio a duecento dollari. Si tratta di un’arma asimmetrica potentissima, che prescinde dalla capacità di abbattere un caccia americano, ma che punta a erodere il consenso interno delle nazioni occidentali e a mettere in ginocchio le economie emergenti, sperando in una mediazione che fermi i bombardamenti. In questo senso, la decisione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di immettere sul mercato quattrocento milioni di barili dalle riserve strategiche è una risposta immediata, un tentativo di arginare l’impennata dei prezzi che l’offensiva nello Stretto ha già innescato.
La reazione del Comando Centrale americano non si è fatta attendere e segna un’ulteriore escalation retorica. Con un messaggio pubblicato anche in farsi e arabo sui propri canali ufficiali, il Centcom ha avvertito i civili iraniani di stare alla larga dai porti affacciati sullo Stretto di Hormuz, perché le autorità di Teheran li starebbero utilizzando per condurre operazioni militari, trasformandoli di fatto in obiettivi legittimi. Un avviso che suona come un preludio a nuovi bombardamenti, una minaccia che Teheran ha subito rilanciato, promettendo di colpire a sua volta i porti degli altri Paesi del Golfo qualora gli attacchi americani dovessero concretizzarsi. La tensione è alle stelle, e mentre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con l’astensione di Russia e Cina, approva una risoluzione che chiede all’Iran di cessare le ostilità contro le nazioni terze, il terreno si fa sempre più scivoloso verso un allargamento del conflitto che nessuno, a parole, sembra volere.
Description: L'Iran cambia strategia nel conflitto con gli Usa: non più attacchi a pioggia, ma raid mirati contro i radar americani in Qatar e Bahrain e l'offensiva navale nello Stretto di Hormuz per bloccare il petrolio.




