Trump al "Corriere": "L'Italia non c'era quando serviva, valuto ancora lo spostamento delle truppe"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Niente di definitivo, eppure la spada resta sospesa. Donald Trump, interpellato in esclusiva dalla giornalista Viviana Mazza per le pagine del "Corriere della Sera", ha confermato di non aver ancora archiviato l’ipotesi di un ridispiegamento dei militari statunitensi attualmente di stanza in Italia. Una dichiarazione, la sua, che rilascia al mittente qualsiasi tentativo di sdrammatizzazione, nonostante il recente viaggio romano del segretario di Stato Marco Rubio e nonostante la disponibilità mostrata dal nostro Paese – o almeno così era parso – a fornire dragamine per le operazioni nello Stretto di Hormuz. Il presidente americano, che ha evitato accuratamente di commentare le mosse dell’Iran e si è rifiutato di discutere un analogo trasferimento di effettivi dalla Germania verso il fronte orientale della Nato, ha preferito insistere su un concetto a lui caro: la lealtà, o meglio la percezione di una sua mancanza.

L’accusa di Trump: “L’Italia non c’era, io ci ho sempre messo la faccia”

Più che un ripensamento, la telefonata al quotidiano italiano sembra una presa d’atto di una frattura che fatica a ricomporsi. Perché se è vero che la diplomazia procede sui binari paralleli degli incontri istituzionali – Rubio a Palazzo Chigi, per intenderci – Trump ha scelto la via più diretta per ribadire il suo disappunto. “L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei”, ha ripetuto, quasi fosse un ritornello, aggiungendo un dato personale che trasforma la questione da pura strategia militare a debito morale: “E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese”. Parole pesanti, queste, che suonano come un rimprovero pubblico e che rischiano di offuscare i tentativi di riavvicinamento messi in atto nelle ultime ore.

Il nodo della Germania e il silenzio sul fronte orientale

Interessante, nella stessa intervista, la scelta di campo operata dal presidente quando il discorso è scivolato sulla Germania. Ha preferito non rispondere, Trump, lasciando nel vago le sorti dei soldati dislocati oltre il Reno, potenzialmente destinati a uno spostamento verso l’Est europeo. Un silenzio, il suo, che non appare casuale ma che forse suggerisce una gerarchia precisa nelle tensioni atlantiche. Mentre su Berlino la porta resta socchiusa, sull’Italia la maniglia sembra bloccata in una posizione di attesa scomoda. “Sto ancora prendendo in considerazione” questa eventualità, ha chiosato, utilizzando una formula che lascia aperte tutte le possibilità, dal mantenimento dello status quo a una riduzione contingente della presenza militare a stelle e strisce.

Ripercussioni sul campo: una base, tante incognite

Se si guarda ai numeri, la posta in gioco è rilevante. Perché le basi italiane non sono avamposti secondari, rappresentano anzi la seconda comunità americana più grande d’Europa dopo quella tedesca, un dato – quest’ultimo – che attribuisce alla minaccia di Trump un peso geopolitico non trascurabile. L’amministrazione non ha fornito particolari tecnici, né piani dettagliati di sgombero; siamo ancora nella fase delle dichiarazioni pubbliche, di quelle che spesso precedono le decisioni esecutive. Tuttavia, la reiterazione del concetto in un’intervista rilasciata a un media nazionale – e non in un banale post social – indica la volontà di mandare un segnale forte alla controparte italiana, quasi a ricordare che la solidarietà Nato, nella visione trumpiana, non è mai un atto dovuto ma un tornaconto da verificare sul campo.

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