La pista maledetta diventa il tempio del ghiaccio azzurro: lo slittino italiano trascinato dal Cannibale e dalla dedica di Kainzwaldner all’amico scomparso
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Redazione Sport
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C’è un rumore sordo, quello delle lamiere che mordono il ghiaccio artificiale, che per anni ha portato con sé soltanto polemiche. Il budello del Cortina Sliding Center, costato 118 milioni di euro e al centro di un acceso dibattito politico che ne ha messo in dubbio la realizzazione fino all’ultimo – con tanto di atti di sabotaggio nel 2025 e le perplessità del Comitato Olimpico Internazionale, il quale avrebbe preferito il riciclo di impianti già esistenti all’estero – è diventato il teatro di una delle pagine più luminose dello sport invernale italiano -5. Ieri, quella pista che qualcuno aveva definito un potenziale elefante bianco, ha restituito all’Italia due medaglie d’oro nel giro di poche ore: il bis firmato da Andrea Voetter e Marion Oberhofer nel doppio femminile e, a seguire, la rimonta trionfale di Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner nel doppio maschile -1-7-8. Terzi dopo la prima manche, gli altoatesini hanno stretto i denti, azzerato gli errori nel tratto iniziale e chiuso con un tempo – 1’45”086 – che ha lasciato dietro gli austriaci Steu e Kindl e quei due mostri sacri della Germania, gli Artl e Wendl, sei ori olimpici in tre edizioni, questa volta relegati al bronzo -1.
Eppure, la luce abbagliante del metallo più prezioso non cancella le ombre che si allungano sul ghiaccio di Cortina. Perché se Voetter e Oberhofer dedicano il trionfo ai genitori, agli allenatori e a tutta l’Italia, Simon Kainzwaldner ha scelto di condividere il suo momento più alto con chi non c’è più -2. “Due settimane fa ho perso uno dei miei migliori amici: dedico l’oro olimpico a Walter Pfeifer, morto in montagna. Lo sentivo con me mentre scendevo”. Le sue parole, pronunciate a caldo, hanno attraversato il boato del pubblico e portato il silenzio in tribuna. Pfeifer, 29 anni, altoatesino come lui, appassionato di cascate di ghiaccio, è scivolato via sulla neve del suo ultimo impegno il 23 gennaio scorso, lasciando un vuoto che Kainzwaldner ha trasformato in spinta propulsiva lungo le tredici curve del tracciato intitolato a Eugenio Monti. Non è retorica, è fisica: quando un peso diventa più leggero perché lo condividi con un ricordo, le lamine scivolano più veloci.
Il Cannibale in tuta: Armin Zoeggeler, da cannibale a costruttore di uomini
Chi osserva la panchina azzurra da lontano vede un uomo asciutto, quasi impassibile, con lo sguardo fisso sul tracciato. È Armin Zoeggeler, il cannibale di Merano che per vent’anni ha divorato podi olimpici – sei di fila, da Lillehammer 1994 a Sochi 2014, un record che Arianna Fontana, qualche giorno fa, ha eguagliato portandosi a casa la sua dodicesima medaglia – e che oggi veste i panni del direttore tecnico -4-6. La sua trasformazione non è stata una semplice transizione di carriera: è stato un passaggio di testimone silenzioso, quasi metabolico. Un atleta che aveva fatto della solitudine della pista la sua dimensione prediletta si è ritrovato a gestire un gruppo, a dosare ansie e aspettative, a trasmettere un metodo. Il metodo Zoeggeler, fatto di notti passate in officina a limare i pattini, di carte da gioco per tenere alta la concentrazione nei ritiri e di una fiducia cieca nella possibilità di competere ad armi pari con le potenze storiche dello slittino, quelle di lingua tedesca che per decenni hanno dettato legge senza appello -6. La pista di Cortina, che lui ha fortemente voluto e difeso – “era l’ultima chance per avere un impianto in Italia e non potevamo permetterci di perderla”, disse alla fine del 2025 – gli ha dato ragione -6. E i suoi ragazzi, quei cinque medagliati su sei convocati per la staffetta mista in programma stasera, ne sono la dimostrazione vivente.
La quarta piazza di Verena Hofer e l’attesa per la staffetta
Tra gli applausi per i due ori e il bronzo di Dominik Fischnaller, che a 32 anni ha bissato il terzo posto di Pechino con una prestazione solida e priva di sbavature, si inserisce il rammarico sottile per il quarto posto di Verena Hofer -3-9. Una posizione che non lascia medaglie, ma che racconta la profondità di una squadra che non si regge più soltanto su pochi nomi eccellenti. La Hofer, altoatesina classe 2000, ha chiuso a un passo dal podio, sfiorando quell’alloro che avrebbe reso perfetta la vigilia della staffetta mista. Ed è proprio su quest’ultima gara, in programma alle 18.30, che si concentrano ora le attenzioni del movimento. Sei atleti in pista, cinque dei quali hanno già visto il proprio nome nel tabellone delle medaglie: i due doppi d’oro, il bronzo del singolo e la stessa Hofer, a caccia di un riscatto immediato. La staffetta è disciplina diversa, più corale, quasi estranea alla tradizione individualista dello slittino; eppure il gruppo azzurro sembra averne fatto un cavallo di battaglia, un manifesto della propria maturità.
Dalla notte in officina alla gloria: il lavoro artigiano dietro le medaglie
C’è un dettaglio che sfugge alle telecamere, una dimensione quasi monastica che i quattro medagliati dello slittino condividono con il loro direttore tecnico. È il tempo speso nei capannoni, lontano dalle luci del tracciato, quando il ghiaccio lascia spazio al metallo e alla gomma. L’officina è il luogo dove le slitte diventano estensione del, dove si lima un pattino per guadagnare centesimi, dove si discute di molle e barre di torsione con la stessa passione con cui si analizzano le traiettorie. Rieder e Kainzwaldner, così come Voetter e Oberhofer, appartengono a quella generazione di atleti che non si limitano a scendere in pista, ma costruiscono i propri attrezzi, li modificano, li adattano alle condizioni mutevoli del ghiaccio. È un lavoro sporco, che richiede ore e pazienza, e che forse spiega meglio di qualsiasi analisi tecnica il motivo per cui l’Italia ha saputo non solo reggere l’urto delle potenze storiche, ma superarle. Il messaggio è passato: la pista contestata, quella che sembrava una follia da 118 milioni, oggi parla italiano. E lo fa con la voce rotta dall’emozione di un ragazzo che giù, lungo la discesa, sentiva il respiro di un amico che non c’è più.




