L’Italia dello slittino piazza un altro podio, bronzo nella staffetta mista: è poker di medaglie sulla pista Monti
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Redazione Sport
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Corre veloce, la slitta azzurra, su quel budello di ghiaccio che qualcuno aveva già dato per disperso e che invece, curva dopo curva, sta regalando all’Italia di Milano-Cortina 2026 una messe di allori senza precedenti. L’ultimo, in ordine di tempo, porta la firma di una squadra compatta: Verena Hofer, reduce dal quarto posto che brucia ancora nell’individuale, ha ritrovato il sorriso aggrappandosi al metallo più pregiato; con lei Dominik Fischnaller — che questa rassegna l’aveva aperta con un bronzo tutto cuore e polmoni — e poi loro, i neo campioni olimpici, quei ragazzi che hanno ridipinto d’azzurro la storia del doppio. Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner, affiancati dalle regine del doppio femminile Andrea Voetter e Marion Oberhofer, hanno confezionato un terzo posto che profuma di impresa, considerando chi restava davanti: la Germania, mostruosa nel siglare il record della pista in 3’41’’672, e l’Austria, piazzatasi a metà classifica con l’argento. Per l’Italia il cronometro si è fermato a 3’42’’521, ottocentoquarantanove millesimi di ritardo dall’oro, ma un distacco che racconta una competitività ritrovata -1-4-5.
A fare da cornice a questo poker di gioie — perché quattro medaglie su cinque specialità possibili rappresentano una valanga, per uno sport che sino a pochi anni fa inseguiva podi singoli — è quel tracciato intitolato al “Rosso Volante” Eugenio Monti. La pista, tornata a vivere dopo diciassette anni di silenzio e un iter progettuale costellato di intoppi burocratici e ripensamenti politici, ha retto l’urto della competizione. I primi test, risalenti alla primavera del 2025, avevano dato riscontri incoraggianti -7; a novembre la Coppa del Mondo l’aveva battezzata ufficialmente -10; oggi, febbraio 2026, l’impianto ampezzano dimostra non solo di funzionare — e di farlo ad altissimi livelli, con punte di velocità vicine ai 145 chilometri orari — ma di essere diventato il motore pulsante di un movimento che chiedeva solo un luogo dove attecchire -3.
Armin Zöggeler, il metodico: dalla leggenda del singolo alla regia del miracolo collettivo
Chi osserva Armin Zöggeler da lontano, magari immortalato ai bordi della pista con quel suo sguardo impassibile che non concede nulla all’euforia, rischia di perdersi la sostanza: dentro quell’apparente distacco si cela l’architrave del rilancio. Già campione capace di salire sul podio in sei edizioni consecutive dei Giochi, il direttore tecnico ha imposto un metodo che non lascia spazio all’improvvisazione, cucendo addosso a ogni atleta un percorso di crescita millimetrico. La staffetta mista, specialità corale per definizione, rappresenta la summa del suo lavoro: nessuna individualità prevale, ogni frazione deve incastrarsi perfettamente nella successiva, e gli azzurri hanno sbagliato poco o nulla. Se la Lettonia è rimasta ai piedi del podio con un distacco di duecentosettantotto millesimi e gli Stati Uniti hanno dovuto accontentarsi del quarto posto, è perché la tenuta mentale della squadra italiana ha retto la pressione della pista di casa -1-4.
Non è stato un bronzo pacifico. L’avvio di Verena Hofer, quella stessa Hofer che nell’individuale aveva mancato il podio per sessantatré millesimi — un’eternità, nello slittino — è stato impeccabile, guadagnando centoventinove millesimi preziosi. Poi la coppia Rieder-Kainzwaldner ha amministrato il vantaggio, e se Dominik Fischnaller ha concesso qualche decimale di troppo nella sua discesa, il duo Voetter-Oberhofer ha chiuso ogni varco. La Germania, come da pronostico, ha fatto la differenza nell’ultimo frazionista, ma l’argento austriaco e il bronzo azzurro si sono giocati sul filo di due decimi -5.
Il ritorno della pista e la memoria lunga di Cortina: un investimento che paga
Tra le pieghe di questa Olimpiade di casa — la terza sul suolo italiano, dopo Cortina 1956 e Torino 2006 — si legge anche una vicenda amministrativa complessa. Roberto Pompanin, consigliere comunale di minoranza a Cortina e voce storica di chi non ha mai smesso di credere nell’eredità dell’impianto, aveva più volte sottolineato come senza una sede fisica moderna fosse impossibile pensare a un ricambio generazionale. Pilota di bob negli anni Ottanta, campione italiano assoluto nel 1986, Pompanin — conosciuto in paese come "Bortel" — aveva riacceso i riflettori sulla necessità di un progetto sostenibile quando ancora i Giochi sembravano un miraggio. Oggi, mentre i cronometri premiano atleti che hanno potuto allenarsi su una pista all’avanguardia, quelle sollecitazioni assumono il tono della profezia realizzata -2-6.
L’impianto, riqualificato su un’area di otto ettari, non è solo il palcoscenico dei Giochi. La Federazione internazionale ne ha certificato l’idoneità e, cosa più rilevante per il futuro, il Cortina Sliding Centre è già stato selezionato come sede per i Giochi Olimpici Giovanili invernali del 2028 -3-10. Non si tratta, dunque, di una struttura effimera destinata a chiudere i battenti una volta spente le fiamme olimpiche; l’investimento — quello tanto discusso, ridimensionato, rivisto — è progettato per garantire un’attività agonistica continuativa. Una scommessa vinta, almeno stando ai numeri della Coppa del Mondo di bob e skeleton già assegnata a Cortina per la stagione in corso e alle sessioni di allenamento internazionale di slittino tenutesi nei mesi precedenti -10.
Verena Hofer e il riscatto: dal cruccio individuale al bronzo condiviso
Se c’è un volto che racconta la sottile linea tra delusione e rivincita, è quello di Verena Hofer. Giunta quarta nella prova individuale femminile, a un soffio dal podio che vale una carriera, l’azzurra aveva dovuto incassare il risultato con l’amarezza di chi sa di aver dato tutto e ha visto il metallo sciogliersi tra le dita. Nella staffetta mista, invece, Hofer è partita con la determinazione di chi non vuole lasciare spazio ad altre recriminazioni: il suo frazionamento è stato il migliore possibile, restituendo alla squadra un margine che ha retto fino all’ultimo passaggio. «Sono contentissima per questo bronzo», ha dichiarato in zona mista, e nell’abbraccio con le compagne e i compagni di squadra si è sciolta quella tensione accumulata nei giorni precedenti -4.
Simon Kainzwaldner, al termine della prova, ha confessato di aver dormito poco, tradito dall’adrenalina e dalla consapevolezza di dover difendere l’oro conquistato appena ventiquattr’ore prima nel doppio. L’impasto di stanchezza e concentrazione ha retto: la medaglia — la quarta, per lo slittino italiano — è arrivata, e il poker si è completato con la sensazione netta che questa nazionale non abbia più paura di confrontarsi con le corazzate storiche. La Germania resta il faro, l’Austria un’antagonista temibile, ma l’Italia non insegue più: sgomma, frena millimetro, riaccelera. Su questa pista, finalmente, anche il futuro ha una casa.




