Romania, cade il governo che sorrideva all’Europa: l’alleato di Meloni guida la rivolta dei “baroni rossi”
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Redazione Esteri
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Bastano nemmeno dieci mesi per logorare un esecutivo che, almeno sulla carta, sembrava costruito per durare. Il governo liberale ed europeista guidato da Ilie Bolojan – insediatosi il 23 giugno del 2025 dopo la burrasca delle presidenziali annullate -1-2 – è ufficialmente caduto sotto i colpi di una mozione di sfiducia che ha raccolto 281 voti favorevoli, un muro contro il quale la maggioranza uscente si è infranta senza troppe attenuanti. Il colpo di grazia, ironia della sorte, non arriva dai soliti nemici dichiarati dell’establishment di Bucarest, ma da un’alleanza tanto inedita quanto spregiudicata: quella tra i socialdemocratici del Psd, storici pilastri del centrosinistra locale, e l’estrema destra di George Simion. Quest’ultimo, figura di spicco nel panorama sovranista europeo e uomo che vanta un’alleanza politica con Giorgia Meloni nel consesso dei Conservatori e Riformisti, è riuscito nell’intento di innescare la polveriera.
La crisi, ampiamente prevedibile nelle ultime due settimane di tensione, ha trovato il suo pretesto nella linea di austerità severa imposta da Bolojan per tentare di tappare una delle voragini di deficit più profonde dell’Unione. L’ex premier, ora relegato alla gestione degli affari correnti in attesa di sapere chi lo sostituirà, ha abbandonato l’aula con una stilettata rivolta ai suoi carnefici parlamentari: “Questa mozione è falsa, cinica e artificiale”, ha dichiarato, lasciando intendere che i problemi strutturali del paese non sarebbero spariti con la sua poltrona. E a dargli torto, in questo momento, non sono certo i mercati, già in allerta per la paralisi decisionale di uno Stato membro chiave sul fianco orientale della Nato.
L'ombra di Simion e il voltafaccia del Psd
Se l’occidente guarda con ansia a questa instabilità, il merito (o la responsabilità) dell’operazione va attribuita alla regia di George Simion. Il leader di Aur, che solo pochi mesi fa aveva stretto un patto di ferro con il candidato filorusso Călin Georgescu dopo l’esclusione di quest’ultimo dalla corsa presidenziale, si è improvvisato ago della bilancia. Unendosi ai “baroni rossi” del Psd, forze che fino a ieri rappresentavano l’establishment opposto al suo credo nazionalista, Simion ha ottenuto quello che da solo non avrebbe potuto realizzare: far implodere l’esecutivo e lanciare un segnale di potenza in vista delle future consultazioni. Quella che si è consumata a Bucarest è una resa dei conti che profuma di tradimento politico, dove i socialdemocratici hanno ritirato i loro ministri dalla coalizione, lasciando i liberali soli davanti al baratro. Il malcontento verso le misure di rigore è stato la benzina, ma è la sete di potere a muovere i fili.
L’eredità pesante lasciata a Nicușor Dan
L’onere di ricucire lo straccio di una maggioranza cade ora tutto sulle spalle del presidente della Repubblica Nicușor Dan. Eletto con le credenziali di liberale europeista appena qualche mese fa, Dan era stato accolto con sollievo a Bruxelles dopo la tempesta elettorale che aveva rischiato di far deragliare il paese verso l’orbita russa. Adesso si ritrova con un parlamento frammentato in mille rivoli, dove i numeri per un nuovo governo filo-occidentale sono più un’aspirazione che una certezza. Lui ha già provato a rassicurare i partner europei, escludendo categoricamente l’ipotesi di affidare la guida del prossimo esecutivo all’estrema destra, ma la matematica parlamentare, in questo momento, non gioca certo a suo favore.
Le crepe nel fronte dei Conservatori europei
Sullo sfondo di questa vicenda, che tiene col fiato sospeso non solo Bucarest ma anche Bruxelles, emerge la figura controversa di Simion. Il suo successo nel destabilizzare il governo romeno rappresenta un episodio scomodo per quella destra europea che cerca una legittimazione internazionale. Sebbegli sia un alleato dichiarato di Giorgia Meloni nello scacchiere dei Conservatori, le sue mosse – che includono l’appoggio passato a Georgescu e un’opposizione frontale alle linee guida atlantiche – ne fanno un partner quantomeno ingombrante. L’asse tra Roma e Bucarest, forgiato nella comune appartenenza al gruppo dei riformisti, si trova ora a fare i conti con una fronda interna che rischia di compromettere la stabilità di un intero paese. La Romania, intanto, attende di sapere quale volto avrà il suo prossimo governo, mentre il leu trema e Bruxelles incrocia le dita.




