La Romania sprofonda nel caos politico: i socialdemocratici ritirano la fiducia al premier Bolojan
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Redazione Esteri
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Quando, solo dieci mesi fa, a Bucarest si formava il governo guidato dal liberale Ilie Bolojan, a Bruxelles avevano tirato un sospiro di sollievo. La temuta ascesa delle forze sovraniste nell’Est Europa sembrava poter essere arginata da una solida coalizione filo-europea. E invece quei festeggiamenti, per la fine dell’era Orban in Ungheria e per l’argine posto alla deriva bulgara, rischiano ora di rivelarsi effimeri. La miccia, stavolta, è divampata in Romania, dove il Partito Socialdemocratico (PSD), principale azionista di maggioranza con i suoi 93 deputati su 331, ha annunciato il ritiro del sostegno al premier, gettando il paese in una nuova, pericolosissima fase di turbolenza.
La mossa, che prevede il ritiro entro la settimana di sei ministri, è stata ufficializzata dal numero uno del partito, Sorin Grindeanu, il quale ha giustificato la scelta con l’impossibilità di rimanere “ostaggio mentre la nostra base sociale viene distrutta”. Se da un lato Grindeanu attacca le misure di austerità imposte dall’esecutivo – che includono l’aumento dell’Iva al 21% e il congelamento degli stipendi pubblici – dall’altro il premier Bolojan, forte del sostegno del suo Partito Nazionale Liberale (PNL), ha già fatto sapere che non intende dimettersi, definendo la decisione dei socialdemocratici “completamente sbagliata e totalmente irresponsabile”. È lo scontro frontale tra due ex alleati, una resa dei conti che rischia di paralizzare un paese già alle prese con il più alto deficit di bilancio d’Europa, toccando il 9,3% del Pil nel 2024.
Il baratro finanziario e il conto alla rovescia di Bruxelles
A rendere la situazione esplosiva, oltre ai numeri del consenso elettorale che vedono l’estrema destra dell’Aur (Alleanza per l’Unione dei Rumeni) di George Simion volare verso il 36% nei sondaggi, è lo stato di salute disperato delle casse pubbliche. Il governo Bolojan, erede di una lunga stagione di instabilità cronica che ha portato a ben diciassette premier negli ultimi anni, era riuscito a imporre una cura da cavallo per risanare i conti. Ma quella stessa cura, fatta di tagli e sacrifici, ha divorato il consenso del PSD, storicamente legato a un elettorato di operai e pensionati.
Il tempo, per trovare una quadra, è drammaticamente scaduto. Se entro agosto Bucarest non riuscirà a rispettare le scadenze imposte dal Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), il paese rischia di perdere circa 11 miliardi di euro di fondi europei, una somma pari a quasi la metà dell’intera tranche assegnata. Il ministro degli Investimenti, Dragos Pîslaru, ha parlato senza mezzi termini di “atto di irresponsabilità”, sottolineando che il PSD controlla il 57% delle riforme critiche ancora da completare. Lasciare il governo ora, insomma, significa abbandonare il timone in piena tempesta, esponendo la Romania al rischio di un downgrading del rating da parte delle agenzie, che attualmente la tengono ancora agganciata all’ultimo gradino del “investment grade”.
L’incognita della sfiducia e l’ombra dell’estrema destra
Il quadro politico è diventato, nelle ultime ore, un rompicapo ad alto rischio. Bolojan, che non può più contare sulla maggioranza numerica in parlamento, ha dichiarato che intende nominare ministri ad interim per coprire i buchi lasciati dai socialdemocratici, una soluzione che però ha una durata massima di 45 giorni. Ma la spada di Damocle è rappresentata da una possibile mozione di sfiducia. L’opposizione sovranista dell’Aur, che oggi è il primo partito nei consensi, ha già annunciato che la presenterà, e qualora il PSD decidesse di votare a favore – spinto dalla volontà di affossare un esecutivo che non gradisce più – il governo cadrebbe.
Il presidente in carica, il centrista Nicusor Dan, ha cercato di calmare i mercati assicurando che su “alcune questioni chiave la prevedibilità rimane”, ma il suo margine di manovra è ridottissimo. Dan ha escluso categoricamente la possibilità di nominare un premier sostenuto dalla destra radicale, ma se la crisi dovesse protrarsi e due tentativi consecutivi di formare un nuovo governo fallissero, sarebbe costretto a indire elezioni anticipate. Sarebbe la prima volta nella storia della Romania dal 1989, e i pronostici, in questo scenario, sorriderebbero proprio a George Simion. Un paradosso amaro per una classe dirigente che aveva costruito la sua ragion d’essere sulla promessa di tenere lontani i filo-russi dal potere.




