L’ostensione di San Francesco e la bussola per i cristiani secondo monsignor Tasca
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La folla silenziosa che da settimane si snoda tra le navate della basilica inferiore di Assisi, per sostare di fronte alla teca di vetro che custodisce le spoglie mortali del Poverello, rappresenta solo la punta di un fenomeno ben più profondo. L’ostensione straordinaria, voluta e autorizzata per celebrare gli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi, non è semplicemente un evento devozionale o una meta per turisti religiosi, ma si sta configurando come un vero e proprio viaggio collettivo dentro le domande essenziali dell’esistenza. In questo contesto, e mentre migliaia di pellegrini continuano a prenotare il loro accesso sul portale ufficiale – con numeri che hanno già ampiamente superato le aspettative iniziali, toccando quasi quattrocentomila presenze solo per il mese di ostensione -1-10 – si inserisce la visita della diocesi di Genova. Sabato 7 e domenica 8 marzo, circa trecento fedeli liguri hanno raggiunto la città serafica guidati dal loro arcivescovo, monsignor Marco Tasca, figura profondamente legata al carisma francescano avendone guidato l’ordine dei Frati Minori Conventuali per dodici anni, dal 2007 al 2019, prima di essere chiamato a guidare la Chiesa genovese.
Per monsignor Tasca, tornare ad Assisi in questo anno giubilare e soprattutto in qualità di pastore di una delle diocesi più importanti d’Italia ha significato ripercorrere idealmente i passi di una vita, quella religiosa, iniziata proprio tra questi colli e in questi conventi. Il pellegrinaggio, che ha toccato nella prima giornata anche il Santuario della Verna, luogo sacro per eccellenza dove Francesco ricevette le stimmate, si è concluso con la solenne celebrazione eucaristica da lui presieduta nella mattina di domenica 8 marzo nella basilica. Ed è stato proprio in quella circostanza, dinanzi ai resti mortali di colui che i frati chiamano l’alter Christus, che l’arcivescovo ha offerto una chiave di lettura potente e attualissima per i cristiani contemporanei. La santità di Francesco, ha detto, si propone oggi come una “bussola” in grado di orientare il cammino in un’epoca smarrita, e il primo passo che questo orientamento richiede è un autentico e radicale invito alla conversione, che per l’uomo moderno, ha spiegato, non può che tradursi nello smettere di adorare sé stesso.
Un concetto, quest’ultimo, che trova una risonanza profonda con le riflessioni emerse nei giorni scorsi proprio attorno al significato dell’ostensione. Se da un lato la fila di pellegrini testimonia un bisogno di spiritualità e di contatto con il sacro, dall’altro il gesto di esporsi – nel senso di rendersi vulnerabili e autentici – si scontra violentemente con la cultura dominante. Roberta Carlucci, giornalista di Azione Francescana e francescana secolare, intervistata nei giorni dell’apertura dell’urna, aveva colto perfettamente questo paradosso: Francesco, con la sua vita e ora con la sua stessa spoglia mortale esposta allo sguardo, continua a insegnare l’arte di “essere” in un mondo che invece “ci obbliga ad apparire”. La sua “minorità”, la sua scelta radicale di povertà e di umiltà, diventano così un antidoto potentissimo alla dittatura dell’apparire, a quell’ossessione per l’immagine e il successo che i social media e la società liquida amplificano ogni giorno. Sostare davanti a quelle ossa, minute e segnate dalla malattia e dalla fatica, significa per molti rimettere a fuoco il senso della propria esistenza, scardinando la priorità dell’estetica a favore della sostanza.




