Disoccupazione al minimo storico, ma il lavoro perde pezzi
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Redazione Interno
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I dati provvisori diffusi ieri dall’Istat, i quali fotografano il mese di novembre, raccontano una realtà paradossale e, per molti versi, inquietante. Sebbene il tasso di disoccupazione abbia toccato il 5,7%, un livello mai così basso dal 2004, con quello giovanile sceso al 18,8%, le dinamiche sottostanti - che spesso sfuggono al Titolo di un comunicato stampa - segnalano un mercato profondamente sofferente. L’apparente buona notizia, celebrata dal governo di Giorgia Meloni come un “segnale importante” di vitalità in un’economia nazionale che fronteggia l’inverno demografico, si scontra infatti con numeri che vanno in direzione diametralmente opposta: il tasso di occupazione, infatti, cala al 62,6%, mentre il numero degli occupati diminuisce e quello degli inattivi, coloro cioè che non lavorano e non cercano un impiego, aumenta, portando il relativo tasso al 33,5%.
Il paradosso statistico e la qualità dell'impiego
La discrepanza tra il calo della disoccupazione e la contrazione dell’occupazione trova una sua spiegazione, come sottolineano gli analisti, nella composizione stessa dei dati. Il calo di 30 mila unità tra le persone in cerca di lavoro non si traduce in nuovi assunti, ma spesso in un abbandono della ricerca, un ritiro forzato dalle liste di collocamento che gonfia le fila degli inattivi. “Non c’è niente da gioire, il mercato del lavoro è in pessima salute”, ha affermato senza mezzi termini Marianna Filandri, docente di sociologia delle disuguaglianze all’Università di Torino, invitando a una lettura critica degli indicatori. Quel trend di crescita degli occupati, che ha portato a superare la soglia dei 24 milioni, appare oggi sempre più fragile, solcato da forme di impiego instabili e poco tutelate che, pur facendo statisticamente parte del totale, alimentano un senso di insicurezza diffuso.
L'ombra della precarietà e la fine degli aiuti
La qualità del lavoro creato, d’altronde, rimane il vero nodo irrisolto, una questione che le statistiche aggregate non riescono a rappresentare compiutamente. Il quadro, già segnato da un’alta incidenza di contratti a termine e di collaborazioni, potrebbe conoscere un ulteriore deterioramento con il progressivo esaurimento dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), i quali hanno sostenuto, direttamente o indirettamente, una parte significativa della domanda di lavoro negli ultimi anni. La prospettiva di un ritiro di questo sostegno, unita alla contrazione degli occupati e alla crescita degli inattivi, delinea uno scenario in cui l’attuale minimo storico della disoccupazione rischia di rivelarsi un picco temporaneo, prima di una risalita favorita da un mercato che, privato di quelle risorse, mostrerebbe tutta la sua debolezza strutturale.
Il confronto europeo e le fragilità nascoste
Nel contesto europeo, dove la media della disoccupazione nell’Eurozona si attesta al 6,3%, l’Italia sembra performare meglio della media. Questo dato comparativo, tuttavia, rischia di offuscare le specificità e le criticità interne, che sono ben diverse da quelle di altri paesi. L’aumento del tasso di inattività, in particolare, è un campanello d’allarme che segnala come una fetta non trascurabile della popolazione in età da lavoro si stia allontanando dal mercato, forse per scoraggiamento, per difficoltà di conciliazione con gli impegni familiari - spesso a carico delle donne - o per la mancanza di opportunità adeguate. Si tratta di persone che, pur non figurando tra i disoccupati, rappresentano un potenziale produttivo inutilizzato e una risorsa sprecata per il sistema paese, la cui esclusione contribuisce ad alimentare disuguaglianze sociali ed economiche destinate a perpetuarsi nel tempo.




