La lunga vita della Repubblica e una “Repupplica” sul maxischermo: Gianna Pratesi, 105 anni, ospite d’onore a Sanremo tra memoria e un refuso che fa discutere
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’era una volta, e c’è ancora, una signora di Chiavari che il 16 marzo compirà 106 anni e che martedì sera, salita sul palco del Teatro Ariston, ha riavvolto il nastro della storia fino a farlo coincidere con quello, ben più celebre, della nascita della Repubblica italiana. Gianna Pratesi, questo il suo nome, è stata la testimone d’eccezione della prima serata del settantaseiesimo Festival di Sanremo, un’edizione che Carlo Conti, fedele alla promessa, ha voluto all’insegna della memoria baudiana, facendo persino risuonare la voce del compianto Pippo Baudo per introdurre la serata e l’ingresso di Laura Pausini. E mentre la Pausini, avvolta in un elegante velluto nero, porgeva alla ultracentenaria un mazzo di fiori, il gesto voleva simboleggiare un passaggio di testimone ideale tra generazioni di donne, quelle che oggi sono libere di esprimersi proprio grazie al voto di allora.
La presenza di Pratesi, del resto, non era un semplice intervezzo folcloristico, bensì il cuore pulsante di una celebrazione voluta dal conduttore: ricordare gli ottant’anni dalla scelta repubblicana e, contestualmente, il primo suffragio universale femminile. «Se Sanremo ha settantasei anni – ha scandito Conti rivolto al pubblico dell’Ariston – la nostra Repubblica ne ha ottanta». Un invito, il suo, a tributare un applauso a coloro che hanno lottato e perso la vita per la libertà, un concetto, quest’ultimo, che la stessa Pratesi ha incarnato con la sua semplice e diretta eloquenza. Quando il conduttore le ha chiesto per chi avesse votato quel lontano 2 giugno del 1946, la risposta è arrivata netta, sottolineata da una precisazione non richiesta ma densa di significato: «A casa mia eravamo tutti di sinistra, non fascisti, e abbiamo votato Repubblica».
Un aneddoto, questo, che ha acquistato una risonanza particolare nel clima che da giorni avvolge la kermesse, segnata dalle polemiche legate al nome di Andrea Pucci, il comico inizialmente annunciato e poi fatto un passo indietro. E mentre la signora Pratesi, con l’arguzia dei suoi anni, regalava a Conti un quadro di sua mano dipinto e si lasciava andare a un motivetto di 24mila baci, la canzone di Celentano che ama canticchiare, la regia inquadrava il maxischermo alle sue spalle. Ed è lì che l’occhio del telespettatore più attento non ha potuto fare a meno di notare un’ombra, un neo grafico che rischiava di offuscare la solennità del momento.
Sul ledwall, infatti, accanto ai dati dello storico referendum, campeggiava una scritta quantomeno singolare: «54 per cento alla Repupplica». Un refuso, una “p” di troppo trasformata in una “b” mancata, che ha immediatamente innescato la macchina dell’ironia social, trasformando per un attimo il racconto della memoria in un tam tam di scherno digitale. “Repupplica”, con quella doppia “p” a sostituire la corretta labiale, è diventato virale, un errore di distrazione che ha accompagnato, quasi come un contrappunto grottesco, le parole misurate di Pratesi. La donna, dal canto suo, ignara dell’incidente grafico, ha proseguito imperterrita nel suo ruolo di memoria storica, dispensando consigli ai giovani («non dovete arrabbiarvi, bisogna volersi bene») e raccontando della sua passione per il nuoto, per la pittura, per la Gazzetta dello Sport che legge ogni mattina.
Che la tensione politica aleggiasse sull’Ariston, del resto, era nell’aria. Lo stesso Conti, nelle conferenze stampa di presentazione, aveva sottolineato come un evento popolare quale Sanremo non potesse trasformarsi in tre ore di proclami, ma che certi momenti di riflessione, come quello offerto dalla signora Pratesi, fossero non solo doverosi ma necessari. E se da un lato la sala stampa e il pubblico in platea hanno risposto con una standing ovation alla vivace ultracentenaria, dall’altro la svista grafica ha rischiato di spostare l’attenzione su un dettaglio tecnico, seppur significativo. Il riferimento, chiaro e diretto, alla scelta di campo antifascista della sua famiglia, è suonato come un monito pacato ma fermo, pronunciato da chi quella pagina di storia l’ha vissuta in prima persona, da elettrice e da cittadina prima ancora che da ospite televisiva.
L’abbraccio dell’Ariston e la memoria del maestro Vessicchio
Il tributo alla storia repubblicana non è stato però l’unico momento di commozione della serata. Il Festival ha voluto ricordare anche un’altra figura cardine della sua stessa esistenza, il maestro Peppe Vessicchio, scomparso lo scorso anno. Per lui, per le sue orchestrazioni e per quella bacchetta che ha diretto per decine di edizioni, il Teatro Ariston si è stretto in un lungo applauso, un riconoscimento sentito che ha attraversato la platea e raggiunto le quinte. Un ricordo che si è intrecciato con quello, più generale, della musica italiana e della sua capacità di raccontare il Paese, esattamente come aveva fatto, a suo modo, il voto del 1946. E mentre le telecamere inquadravano i figli di Gianna Pratesi, Alessandro e Marco, seduti in platea a osservare la loro madre trasformarsi in icona laica di un’Italia che fu e che resiste, il pensiero andava a quel filo invisibile che lega la storia collettiva a quella privata, rendendo il palcoscenico di Sanremo, per una notte, un luogo di testimonianza civile.




