La “Repupplica” e il ciao ciao ai fascisti: la strana notte di Gianna Pratesi, 105 anni, sul palco di Sanremo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Carlo Conti l’aveva annunciata come l’ospite d’onore, e per certi versi lo è stata, anche se non esattamente per i motivi istituzionali che avevano motivato l’invito. Gianna Pratesi, 105 anni compiuti il prossimo 16 marzo, pittrice e testimone di un pezzo di storia italiana, è salita sul palco dell’Ariston nella prima serata del Festival per celebrare gli ottant’anni dalla nascita della Repubblica e dal primo voto delle donne, quel 2 giugno 1946 che la vide protagonista. Ma il suo faccia a faccia con Conti, se da un lato ha regalato un momento di spontaneità e schiettezza, dall’altro è finito per essere quasi offuscato, se non altro nella dimensione social e nella discussione pubblica immediata, da due episodi paralleli e di segno opposto: la sua risposta secca e ironica sul voto dell’epoca, e un clamoroso refuso nelle grafiche di regime.
Accolta dai figli Alessandro e Marco, la signora Pratesi ha subito mostrato il suo carattere. Alla domanda del conduttore su come avesse votato quel giorno, tra monarchia e Repubblica, la risposta è arrivata netta, accompagnata da un gesto della mano che è diventato immediatamente virale: “A casa mia eravamo tutti di sinistra, i fascisti? Ciao ciao”. Una frase secca, pronunciata con la disinvoltura di chi quei tempi li ha attraversati e non ha intenzione di edulcorarli, che ha strappato la risata e l’applauso della platea. Poi, a scanso di equivoci, la precisazione: “No, no, Repubblica”, scandendo bene la parola che, suo malgrado, sarebbe stata maltrattata poche decine di secondi dopo dalla tecnologia Rai.
Mentre l’ultracentenaria dialogava con Conti, alle sue spalle il maxischermo dell’Ariston ha iniziato a proiettare dati e immagini di repertorio legati a quella storica consultazione. È lì che è accaduto l’imperdonabile, almeno per gli occhi dei grafologi e dei patiti della lingua italiana. Sullo schermo, infatti, è comparsa la scritta relativa ai risultati elettorali, con il “54 per cento” assegnato non alla “Repubblica”, ma a una fantomatica “Repupplica”. Due "p" al posto di due "b", un errore di battitura tanto banale quanto grave, considerato il contesto e l’ospite che proprio in quel momento stava incarnando la memoria di quell’evento fondativo -2-5-8.
L’istante in cui l’errore sbiadisce e diventa meme
La grafica è rimasta inquadrata per qualche secondo, il tempo necessario perché l’immagine facesse il giro del web e si stampasse nella retina dei telespettatori più attenti, prima di essere corretta e sostituita da una versione ortograficamente corretta. Ma l’istante era ormai cristallizzato: quello che doveva essere un omaggio solenne alla storia nazionale si è trasformato, per una svista dello staff grafico, in un altro dei tormentoni che ogni anno il Festival partorisce quasi per autogenerazione. La “Repupplica” è balzata subito in cima alle tendenze dei social, dove l’ironia, come sempre, ha preso il sopravvento sulla solennità del ricordo -9. Commenti divertiti e previsioni sarcastiche sulla sorte del grafico di turno hanno riempito i feed, spostando l’attenzione dal valore della testimonianza di Gianna Pratesi alla fragilità tecnica di una macchina televisiva che, nonostante la lunga preparazione, continua a inciampare sui dettagli.
Uno spettacolo senza guizzi e il ritorno all’Ariston
L’episodio della “Repupplica” è stato, forse ingiustamente, il picco di coinvolgimento emotivo e discussione di una prima serata che, per molti commentatori, è appassita senza mai accendersi veramente. Se è vero che un Festival si giudica spesso dalla sua apertura, l’edizione numero settantasei non sembra aver lasciato il segno né sul piano musicale né su quello dello spettacolo puro. La scelta di dare spazio a trenta canzoni in gara, lasciando che fossero loro a riempire la scena, ha prodotto una lunga e a tratti soporifera maratona musicale che si è protratta fino a tarda notte, priva di quei guizzi e di quelle scintille che hanno caratterizzato le edizioni più riuscite del recente passato -4. La sensazione diffusa, al netto dei pur robusti ascolti (9,6 milioni di spettatori con il 58% di share, comunque in calo rispetto all’anno precedente), era quella di una macchina che si muove per inerzia, senza la tensione creativa necessaria a stupire -10. Tra i pochi squarci di autenticità, oltre alla già citata Pratesi, è emerso il momento in cui Laura Pausini ha scherzato con Conti su un suo presunto lapsus, quando il conduttore l’ha chiamata “Anna” in un primo momento per poi scherzarci su cantando il ritornello di Gaetano. Piccoli incidenti di percorso, alcuni spontanei e altri forse neppure troppo artefatti, che hanno tentato di movimentare una serata altrimenti lineare e priva di picchi.
Una gaffe che cancella la solennità
Tornando all’errore sulla parola “Repubblica”, ciò che colpisce è la sua capacità di aver interrotto, quasi con violenza, la solennità di un racconto che attraversava ottant’anni di storia attraverso la voce di una donna che li ha vissuti tutti sulla propria pelle. Mentre la signora Pratesi dispensava consigli ai giovani, invitandoli a non arrabbiarsi e a volersi bene, e mentre Laura Pausini le porgeva il bouquet di fiori ringraziandola a nome di tutte le donne per la libertà conquistata, dietro di loro campeggiava quell’errore, piccolo e gigantesco al tempo stesso -5. Un refuso che, nella sua goffaggine, è riuscito a sdrammatizzare involontariamente un tributo che voleva essere e rimane, nonostante tutto, uno dei passaggi più densi di significato di questa prima serata. E così, tra il ciao ciao ai fascisti di allora e la Repubblica con due "p" di troppo, la lunga notte dell’Ariston ha finito per parlare d’altro, confermando che a Sanremo, a volte, la forma è sostanza, e un errore di battitura può pesare più di un discorso sulla libertà.




