Sanremo, tra la memoria di Gianna Pratesi e lo scivolone della “Repupplica”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La prima serata del settantaseiesimo Festival di Sanremo, pur nel suo fluire scandito dai ritmi consueti che Carlo Conti imprime alla macchina televisiva, ha consegnato al racconto collettivo un’immagine destinata a durare, e lo ha fatto nella duplice veste, quasi paradossale, della solennità e della distrazione. Se da un lato il palco dell’Ariston si è trasformato in un luogo di memoria civile grazie alla presenza di Gianna Pratesi, centocinque anni portati con una lucidità e una verve che hanno stupito e conquistato, dall’altro lato un refuso grafico, comparso sul grande ledwall alle sue spalle, ha innescato quell’inarrestabile meccanismo di ironia social che ormai accompagna ogni minimo intoppo della diretta. È accaduto nel momento forse più istituzionale della serata, quello dedicato agli ottant’anni dal referendum del 2 giugno 1946, la prima volta che le donne italiane furono chiamate alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica. Mentre la signora Pratesi, arrivata da Chiavari con la sua storia e la sua energia, dialogava con il conduttore, la grafica ha partorito un mostro: "Il 54 per cento alla Repupplica", con due "p" a sostituire le "b", trasformando la parola simbolo della nostra democrazia in un neologismo involontario e, per molti, immediatamente virale.

Il peso di una vita e la leggerezza di un errore

La signora Pratesi, che di lì a poche settimane compirà centosei anni, ha rubato la scena con la naturalezza di chi di scena, in fondo, ne ha vista tanta. Figlia di antifascisti, ha raccontato senza troppi giri di parole quel giorno del 1946, quando finalmente poté esprimere il proprio voto: “Eravamo sicuri in casa mia, tutti di sinistra. Per la repubblica”. E, quasi a voler siglare un patto ideale con il presente, ha accompagnato il ricordo con un gesto della mano, un ciao ciao rivolto ai fascisti di allora e, con un lampo negli occhi che lasciava intendere molto, forse anche a quelli di oggi. Ha parlato della sua passione per la musica, intonando “24mila baci” di Adriano Celentano, ha scherzato con Conti, gli ha portato un quadro, ha dispensato consigli ai giovani raccomandando loro di non essere severi con gli altri e di volersi bene. Un fiume in piena, insomma, capace di trasformare un omaggio istituzionale in un racconto familiare e profondo, restituendo spessore a una parola, democrazia, che rischia talvolta di essere svuotata di significato. E mentre lei parlava, e la sua storia attraversava il Novecento con la discrezione delle vite autentiche, qualcuno in regia non si sarà accorto che il maxischermo raccontava un’altra storia, una storia di svista e di fretta.

La dittatura dell’occhio e la fragilità del pixel

L’errore, come spesso accade, è stato rapidissimo: comparso per qualche secondo, giusto il tempo di essere inquadrato e mandato in onda, e poi corretto, sostituito dall’immagine successiva, una delle schede referendarie del 1946. Ma quei secondi sono stati più che sufficienti. Sui social, l’hashtag #repupplica ha cominciato a macinare commenti, meme e battute, trasformando quello che sarebbe potuto rimanere un banale incidente di percorso in uno dei primi veri casi mediatici di questo Festival. Qualcuno, dietro le quinte, avrà forse anche temuto la chiamata di qualche zelante funzionario Rai, preoccupato per le reazioni in certi ambienti politici, ma la sostanza del racconto, al netto della gaffe grafica, è rimasta quella della testimonianza di Gianna Pratesi. La televisione, nel suo essere spietatamente esposta all’errore, ha mostrato ancora una volta il suo doppio volto: capace di regalare momenti di autentica emozione e, un istante dopo, di inciampare su una consonante, regalando al pubblico la possibilità di sorridere, o di indignarsi, per una svista che in fondo dice molto della nostra epoca, ossessionata dalla perfezione eppure così prontamente distratta.

Nostalgie canterine e geometrie di palco

Il resto della serata, va detto, ha vissuto di omaggi e di alcune scelte produttive non prive di una loro calcolata efficacia. L’abbraccio tra i due Sandokan, Kabir Bedi e Can Yaman, ha offerto un fotogramma di pura televisione popolare, con l’attore turco che, in segno di reverenza, ha baciato la mano del suo predecessore portandosela alla fronte, in un gesto che sembrava uscito da un romanzo di Salgari. L’omaggio a Pippo Baudo, giusto e forse fin troppo misurato, e quello a Beppe Vessicchio, hanno punteggiato la serata di tappe obbligate per una storia del Festival che non può prescindere dalle sue icone. E poi le canzoni, trenta, forse troppe per essere davvero assorbite in un’unica, lunga diretta. Dalla denuncia di Ermal Meta, con la sua “Stella stellina” e il nome di una bambina palestinese cucito sulla camicia, alla commozione di Serena Brancale, fino alle incursioni urban di chi, come Sayf o Dargen D’Amico, cerca di portare all’Ariston linguaggi e tematiche diverse, il quadro che ne è emerso è stato quello di un Festival che prova a tenere insieme memoria e contemporaneità, riuscendoci a tratti, mostrando la corda in altri. La conduzione di Conti, funzionale e senza strappi, ha tenuto in piedi la baracca, e Laura Pausini, tra un vestito e l’altro, ha alternato momenti di brillantezza a qualche inevitabile piccola gaffe. Ma alla fine, a rubare l’attenzione, è stata lei, la signora di Chiavari, e quello strano scherzo che la tecnologia le ha giocato alle spalle, trasformando per un istante la Repubblica in qualcosa di vagamente infantile, quasi una parola balbettata da un bambino. Un errore umano, in fondo, in una serata che di umano, grazie a Gianna Pratesi, ha mostrato il lato migliore.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.