La regista Ben Hania rifiuta il premio alla Berlinale: “Non ha valore finché è in corso un genocidio”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il cinema si ferma, a Berlino, e la settantacinquesima edizione del festival internazionale del film si trasforma in un palcoscenico che della settima arte, forse, conserva solo lo sfondo. Perché se è vero che i film scorrono sulle schermo al Potsdamer Platz, è altrettanto vero che il vero spettacolo, quello che tiene banco nelle cronache e accende gli animi, si consuma lontano dalla pellicola, nelle sale stampa e sui palchi delle premiazioni. Al centro della bufera, capace di polarizzare l’attenzione ben più delle opere in concorso, c’è il gesto della regista tunisina Kaouther Ben Hania, la quale ha rifiutato di accettare il riconoscimento assegnatole durante la cerimonia del “Cinema for Peace”, un evento collaterale che si tiene in parallelo alla kermesse cinematografica. La sua pellicola, “The Voice of Hind Rajab”, che ricostruisce la tragica fine della piccola di cinque anni uccisa a Gaza nel gennaio del 2024 insieme ai suoi familiari e ai soccorritori della Mezzaluna Rossa intervenuti per salvarla, avrebbe dovuto ricevere il premio come film più prezioso, ma la regista ha lasciato la statuetta sul palco -2.

“L’esercito israeliano ha ucciso Hind Rajab, ha ucciso la sua famiglia, ha ucciso i due paramedici che erano venuti a salvarla, e tutto questo è avvenuto con la complicità dei governi e delle istituzioni più potenti del mondo”, ha dichiarato Ben Hania dal palco, motivando una scelta che suona come un atto di accusa ben più forte di qualsiasi discorso di ringraziamento. “Mi rifiuto di lasciare che la loro morte diventi lo sfondo per un discorso educato sulla pace, finché le strutture che hanno reso possibile tutto questo rimangono intatte” -7. La regista, invece di portare a casa il trofeo, lo ha voluto lasciare lì come monito, come una presenza ingombrante che ricordasse a tutti i presenti il peso di quelle morti. Non solo: la sua decisione, ha spiegato, era legata anche alla contestuale premiazione, nella stessa serata, di un generale israeliano, un dettagio che ai suoi occhi rendeva la cerimonia una messa in scena inaccettabile. Finché non ci sarà giustizia, ha aggiunto, e finché la parola genocidio non verrà pronunciata con la sua reale gravità, senza infingimenti o giri di parole, quei premi non avranno senso -2.

Wim Wenders e la crocifissione mediatica per una frase sulla politica

Se il gesto di Ben Hania ha squarciato il velo di una diplomazia culturale sempre più faticosa, a monte di tutto, a innescare la miccia delle polemiche, era stata qualche giorno prima la dichiarazione del presidente di giuria Wim Wenders. Il celebre regista tedesco, nel corso della conferenza stampa di apertura, di fronte a una domanda che gli chiedeva conto del silenzio del festival rispetto a quanto accade a Gaza, ha risposto con una frase che gli è costata una vera e propria gogna mediatica. “Dobbiamo stare fuori dalla politica”, ha affermato Wenders, “perché se facciamo film apertamente politici, allora scendiamo nel campo della politica. Noi siamo il contrappeso della politica, noi siamo l’opposto della politica” -6.

Parole che sono suonate come una bestemmia per quella parte dell’opinione pubblica e del mondo del cinema che, da anni, vede nel festival di Berlino un baluardo dell’impegno civile. E così, da Potsdamer Platz, la crocefissione è stata immediata: Wenders si è visto appioppare le etichette più disparate, da fascista a nazista, da sionista a colluso con un governo tedesco reo di appoggiare l’operato militare israeliano -6. Una ridda di insulti che, a leggere le cronache, sembra aver completamente travolto e cancellato il senso più profondo del suo ragionamento, che pure era più articolato di quanto non sia stato riportato. Lui, che nel 1991 aveva scritto che “ogni film è politico” e che i più politici sono proprio quelli che fingono di non esserlo, si è ritrovato imprigionato in una contraddizione che i suoi detrattori non gli hanno certo risparmiato. Eppure, nel suo intervento, Wenders aveva anche chiarito: “Nessun film ha mai cambiato le idee politiche di qualcuno, ma possiamo cambiare l’idea che le persone hanno di come dovrebbero vivere” -6. Una sottigliezza, forse, persa nel frastuono delle polemiche.

La lettera aperta degli artisti e il “no” di Arundhati Roy

A rendere ancora più incandescente il clima ci hanno pensato gli oltre cento artisti, tra cui figurano nomi del calibro di Tilda Swinton, Javier Bardem e Adam McKay, che hanno firmato una lettera aperta pubblicata da “Variety” per denunciare quella che definiscono una vera e propria censura. I firmatari accusano la direzione del festival non solo di aver zittito le voci critiche nei confronti di Israele, ma di averlo fatto in un contesto, quello tedesco, dove la ragion di stato impone un sostegno incondizionato alla sicurezza dello Stato ebraico, una posizione che a loro avviso finisce per criminalizzare qualsiasi dissenso -1. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, per molti, è stata la scelta di onorare un generale israeliano, interpretata come una presa di posizione implicita e inaccettabile.

E le conseguenze non si sono fatte attendere: la scrittrice indiana Arundhati Roy, Premio Booker per “Il dio delle piccole cose”, ha ritirato il suo film dalla rassegna “Berlinale Classics”, dove era stato selezionato per una proiezione speciale. Una decisione, la sua, motivata proprio dalle “dichiarazioni sconsiderate” dei membri della giuria, che a suo avviso hanno reso impossibile partecipare a una manifestazione che di fatto legittima, col suo silenzio, quelle che lei non esita a definire complicità con un genocidio -4. La direttrice del festival, Tricia Tuttle, ha cercato di gettare acqua sul fuoco con un comunicato in cui ribadisce la libertà di espressione degli artisti, respingendo al contempo le accuse di censura: “Non è vero che stiamo mettendo a tacere i registi, non è vero che i nostri programmatori li stanno intimidendo” -4. Parole che, però, non sono bastate a placare gli animi né a riportare l’attenzione sui film, quelli veri, che nel frattempo continuavano a essere proiettati in sala.

L’assenza italiana e i tagli ai finanziamenti

E in un festival così polarizzato, dove la geopolitica ha preso in ostaggio la settima arte, l’Italia brilla per la sua assenza. Nessun film italiano in concorso quest'anno alla Berlinale, una mancanza che Chiara Caselli, presente nella capitale tedesca per presentare “Nina Roza” del regista canadese Geneviève Dulude-de Celles (una coproduzione minoritaria con il nostro Paese), non ha esitato a imputare ai pesanti tagli che hanno messo in ginocchio il settore -8. “Penso che cominci fortemente a incidere la situazione dei finanziamenti al cinema italiano con decurtazioni micidiali: è stato messo in ginocchio un intero settore”, ha dichiarato l’attrice, spiegando come le conseguenze le paghino tutti, dalle maestranze agli autori. Una riflessione amara, la sua, che arriva in un momento in cui il cinema italiano sembra scomparso dai radar dei grandi festival, e che aggiunge un ulteriore tassello a un quadro già di per sé complesso, dove le ragioni dell’arte e quelle della politica si intrecciano in un nodo sempre più difficile da sciogliere.

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